| Il Monviso, il re di Pietra Tre uomini, una montagna e il viaggio dal cielo al torrente. |
![]() |
Ci sono montagne che si guardano, altre
che si desiderano e poi ce ne sono alcune che, prima di lasciarti arrivare alla
cima, vogliono sapere chi sei davvero.
Il
Monviso
è una di queste, lo chiamano il Re di Pietra,
non è un nome esagerato.
La sua figura domina il
paesaggio e, quando finalmente ti trovi sotto le sue pareti, capisci che non
sarà lui a venire incontro a te, sarai tu a dover andare incontro a lui.
La notte finalmente finisce,
ringraziamo la coppia che ci ha prestato la tenda, la restituiamo e, dopo aver
fatto colazione, alle 7.00 partiamo.
Ora non c'è più tempo per
pensare al sonno perduto, davanti a noi ci sono il Passo delle Sagnette, il Bivacco Andreotti
e poi lui, Il Monviso.
Il terreno cambia ancora, la montagna
diventa sempre più aspra, il sentiero si fa più severo e il paesaggio assume
quella particolare fisionomia dell'alta quota dove la vegetazione non riesce più
a nascondere la natura della montagna. Roccia ovunque, canalini, pareti ripide
pietraie, il sentiero sembra a tratti soltanto una traccia disegnata sulla
montagna, si procede cercando il passaggio migliore, un passo alla volta, qui non
esiste la fretta, la montagna impone il suo ritmo.
Arriviamo al Bivacco
Andreotti, ci fermiamo, davanti a noi c'è la parte più importante
dell'avventura, da qui comincia la scalata al Monviso.
Riprendiamo il cammino, da questo
momento il concetto di sentiero quasi scompare, si arrampica! La roccia
diventa il nostro percorso, saliamo tra pareti, canalini e blocchi di pietra, la
difficoltà è generalmente di I e II grado, ma il terreno è severo e richiede
attenzione continua.
Le mani cercano la roccia,
gli scarponi cercano appoggi sicuri, il corpo si muove lentamente, non c'è
spazio per distrazioni, saliamo e saliamo ancora.
La fatica comincia a farsi
sentire, la notte quasi insonne non aiuta, e le gambe lavorano, il fiato
diventa più pesante ma basta voltarsi e la fatica viene dimenticata, sotto di
noi il mondo si allontana, le montagne si moltiplicano, le valli
diventano sempre più profonde.
E noi continuiamo a salire.
Dopo aver superato la successione di
cenge, placche e risalti rocciosi che caratterizzano la parte alta della parete
Sud, arriviamo davanti a uno dei passaggi più caratteristici della via normale
del Monviso: i Fornelli.
Il nome deriva dalla
particolare conformazione della roccia, che in questo punto si articola in
piccoli camini e strette fessure verticali, quasi fossero dei grandi fornelli
scavati nella parete. È un passaggio obbligato e rappresenta uno dei punti
tecnicamente più impegnativi dell'ascensione, grado II+ / III.
Qui il percorso cambia
definitivamente natura, fino a quel momento abbiamo alternato tratti di
sentiero, cenge e facili passaggi di arrampicata. Ai Fornelli, invece, non si
cammina più: si arrampica.
La parete si fa più
verticale e davanti a noi c'è una successione di brevi camini rocciosi. Si entra
nella spaccatura, si cercano con attenzione gli appoggi per i piedi e gli
appigli per le mani e si sale sfruttando ogni asperità della roccia.
Il corpo aderisce alla
parete, le mani lavorano, gli scarponi cercano sicurezza su piccoli gradini., n
movimento alla volta si guadagna quota.
È un passaggio breve
rispetto allo sviluppo complessivo della salita, ma la sua posizione,
l'esposizione e la verticalità gli conferiscono un carattere decisamente
alpinistico, mentre saliamo, sotto di noi il mondo sembra allontanarsi.
La grande distesa di rocce
della parete Sud scende verso il basso e, oltre le sue cenge, le montagne si
aprono in un panorama sempre più vasto.
La fatica si sente, abbiamo
già percorso molta strada e la notte al Boarelli ci ha lasciato addosso poche
ore di sonno. Ma proprio qui la concentrazione prende il sopravvento sulla
stanchezza, non possiamo pensare a quanto manca, pensiamo soltanto al movimento
successivo. Un
appiglio, un appoggio, n altro metro.
Poi, finalmente, usciamo dai
Fornelli, la verticalità si attenua e raggiungiamo la spalla della cresta
Sud-Est, dove la montagna sembra concederci per qualche momento un po' di
respiro. Da qui il percorso continua verso la caratteristica Testa dell'Aquila,
quindi attraverso il canalone e sulla Cresta Est, prima degli ultimi risalti che
conducono alla vetta.
Ci voltiamo un'ultima volta
verso i Fornelli. Li guardiamo dal basso verso l'alto e poi dall'alto verso il
basso e comprendiamo che quel breve tratto di roccia ha rappresentato qualcosa
di più di una difficoltà tecnica.
È stato il momento in cui il Monviso ci ha
chiesto di smettere di essere semplicemente escursionisti e di diventare, per
qualche metro, arrampicatori.
ed è forse proprio questo che rende i Fornelli così memorabili. Non sono
soltanto un passaggio della via normale sono una porta. Una porta attraverso la
quale si entra definitivamente nel cuore del Re di Pietra.
Ancora roccia, ancora salita, ancora fatica.
Poi, finalmente, succede, l a pendenza cambia, il cielo sembra più vicino, e
davanti a noi compare la vetta.
Ci siamo, gli ultimi metri sembrano non finire mai, poi mettiamo piede
sulla cima, il Monviso è fatto.
Questa parte può diventare uno dei momenti più intensi dell'escursione, perché la croce, il Cristo e la Madonna segnano fisicamente il punto culminante dell'intera salita, ma anche il momento spirituale.
E poi, finalmente, la montagna sembra concedersi.
Dopo l'ultima successione di roccette, il percorso si apre e davanti a noi
appare ciò che fino a pochi minuti prima sembrava quasi irraggiungibile.
La vetta del Monviso, 3.841 metri.
E lassù, sul punto più alto del Re di Pietra, c'è lei:
la grande croce metallica che domina la cima.
È alta quasi tre metri e si trova sulla vetta dal 1925; ai suoi
piedi sono collocati due grandi medaglioni in bronzo raffiguranti il
Cristo Redentore e la Madonna, opere dello scultore Callisto Gastaldi.
Ma quando finalmente arriviamo lassù, non pensiamo alla storia della croce.
Pensiamo soltanto a quello che abbiamo appena fatto.
Ci fermiamo, guardiamo la croce, guardiamo il Cristo. guardiamo
la Madonna e per qualche istante il silenzio dice più di
qualsiasi parola.
Abbiamo lasciato alle nostre spalle ore di cammino, la grande pietraia, la notte
quasi insonne al Boarelli, le rocce, i canalini, i passaggi esposti e i
Fornelli.
Abbiamo salito il Monviso metro dopo metro, usando prima le gambe e poi anche le
mani, ora siamo qui sotto quella croce a 3.841 metri e davanti
a noi non c'è più nessuna montagna da salire, c'è soltanto il cielo.
Il panorama dalla cima è immenso: il Monviso domina isolato sulle montagne
circostanti e permette allo sguardo di spaziare sull'intero arco alpino
occidentale; nelle giornate particolarmente limpide la vista può arrivare fino
al Monte Rosa, al Cervino, al Monte Bianco, all'Argentera e persino verso il Mar
Ligure, e magari anche le nostre Apuane. Le montagne sembrano onde pietrificate
che si rincorrono fino all'orizzonte, le valli, viste da lassù, sembrano
profonde fenditure nella terra. Il mondo che abbiamo lasciato poche ore prima è
diventato improvvisamente piccolo. E noi, davanti a quella immensità, ci
sentiamo esattamente per quello che siamo: piccoli uomini davanti a una
montagna immensa. È allora che nasce spontaneo il nostro
ringraziamento.
Rivolgiamo un pensiero al Creatore e alla Madonna,
ringraziandoli per averci accompagnato e protetto durante questa salita e per
averci permesso di arrivare fin lassù.
La Madonna, proprio lì, sulla cima, sembra quasi osservare dall'alto chi arriva
dopo tanta fatica., il Cristo, accanto alla grande croce, dà a quel luogo un
significato ancora più profondo. Non è soltanto una cima, n on è soltanto il
punto più alto del nostro itinerario, è il punto nel quale fatica,
paura, soddisfazione, fede e meraviglia si incontrano. Restiamo qualche
minuto, respiriamo, guardiamo ancora una volta il panorama, poi ci scambiamo uno
sguardo, non servono grandi discorsi.
Il Monviso, il nostro Re di Pietra, ci ha lasciato
entrare nel suo regno, e lassù, accanto alla grande croce, al Cristo e alla
Madonna, per qualche istante abbiamo avuto la sensazione che tutta la fatica del
viaggio avesse finalmente trovato il suo significato. La vetta non è
soltanto il luogo dove finisce la salita, è il luogo dove, per un momento,
tutto ciò che hai lasciato alle spalle acquista un senso.
Dopo la sosta cominciamo a scendere e subito la montagna ci ricorda una regola fondamentale: la vetta non è la fine.
La discesa è, se possibile, ancora più complicata della salita. Quello che abbiamo affrontato guardando verso l'alto ora dobbiamo superarlo
guardando verso il basso. La stanchezza pesa, la concentrazione deve essere massima.
Ogni appoggio viene controllato, ogni movimento pensato. Ridiscendiamo i tratti rocciosi, i canalini e le parti più impegnative.
Finalmente raggiungiamo il Bivacco Andreotti,
ma non è ancora finita.
Ci aspetta la lunga traversata verso il Boarelli.
Davanti a noi c'è una grande pietraia, un oceano di pietra e massi. Una distesa
apparentemente infinita di rocce instabili.
Qui ogni passo è diverso dal
precedente, si sale sopra un masso, se ne aggira un altro, si cerca la traccia,
si perde e la si ritrova.
Il terreno è instabile e
irregolare, le gambe sono stanche e il corpo comincia a reclamare il riposo, ma
continuiamo perché sappiamo dove stiamo andando e infine Il Boarelli finalmente
ricompare.
Raggiungiamo il bivacco, questa volta,
finalmente, possiamo entrare, niente tenda, niente freddo. Questa notte
usufruiremo di un vero letto. Dopo la notte
precedente ci sembra quasi un privilegio.
Ceniamo e prima di andare a
dormire arriva ancora una volta lui, lo stambecco.
Compare nei pressi del
bivacco, ci guarda, sembra quasi venuto a salutarci.
Un incontro semplice, ma
perfetto, lui appartiene a queste montagne, noi siamo soltanto di passaggio. Lo
guardiamo allontanarsi, poi finalmente andiamo a dormire. E questa volta ci abbandoniamo immediatamente nelle braccia di Morfeo.
Il sonno, però, dura meno del previsto. Verso le 3.00,
il bivacco si anima, partono coloro che devono ancora affrontare l'escursione.
Zaini, rumori, passi, voci sussurrate.
Siamo tutti svegli. Per fortuna fanno abbastanza presto
e possiamo tornare a dormire.
DAL BIVACCO BOARELLI AL BERARDO – L'ULTIMO VOLTO DELL'ALTA MONTAGNA
Lasciamo il
Bivacco Boarelli alle 6.30 del mattino. Gli zaini tornano sulle spalle e, dopo
le emozioni vissute nei giorni precedenti, sappiamo che davanti a noi non c'è
più una vetta da conquistare, ma un lungo viaggio di ritorno verso la valle.
Eppure, anche questa volta, la montagna non ha intenzione di concederci una
discesa facile.
Il sentiero si inoltra
ancora nell'ambiente severo dell'alta quota. Intorno a noi domina la pietra:
grandi massi, placche rocciose e pietraie che sembrano non avere fine. Il
terreno è irregolare e richiede attenzione continua; bisogna scegliere ogni
volta dove mettere i piedi, aggirare i blocchi più grandi, cercare la traccia
tra le rocce. Dopo la fatica della salita al Monviso e della discesa dalla
vetta, anche un tratto apparentemente semplice richiede concentrazione.
Ma questa parte del percorso
ha qualcosa di diverso. Non abbiamo più davanti la tensione della salita, né
l'obiettivo della vetta che ci spinge a continuare. Ora possiamo guardarci
intorno con maggiore calma. E il paesaggio che ci circonda sembra volerci
regalare un ultimo grande spettacolo.
Camminiamo tra rocce e
piccoli specchi d'acqua. I laghetti, incastonati nel severo ambiente minerale,
sembrano quasi fuori posto per la loro delicatezza. Le loro superfici tranquille
riflettono il cielo e le montagne circostanti, creando un contrasto
straordinario con la durezza delle pietre. Ci fermiamo più volte con lo sguardo,
perché dopo tanta roccia, tanto dislivello e tanta fatica, quei piccoli laghi
sembrano avere qualcosa di rassicurante.
Dietro di noi rimane il
mondo verticale del Monviso, con le sue pareti, le sue creste e i suoi passaggi
di arrampicata. Guardandolo da questa prospettiva, ci rendiamo conto ancora una
volta della strada percorsa. Quella montagna che poche ore prima avevamo
affrontato con le mani sulla roccia adesso si allontana lentamente alle nostre
spalle.
Il sentiero continua a
portarci verso il Bivacco Berardo. È una sensazione particolare: fisicamente
stiamo scendendo, ma dentro di noi sembra di attraversare lentamente tutto ciò
che abbiamo vissuto. La salita, la vetta, la croce, il Cristo e la Madonna, la
grande distesa delle montagne viste dall'alto, la paura nei passaggi più
esposti, la stanchezza e la soddisfazione.
Poco alla volta compare il
Bivacco Berardo. Lo raggiungiamo e ci concediamo una breve sosta. È un momento
tranquillo, quasi sospeso. Il Berardo rappresenta in qualche modo una frontiera:
alle nostre spalle c'è ancora l'alta montagna, davanti a noi comincia il lungo
ritorno verso il fondo valle.
Ci guardiamo intorno
un'ultima volta. Sappiamo che tra poco il paesaggio cambierà radicalmente.
Dovremo lasciare le grandi pietraie, le rocce e i laghetti per ritrovare
progressivamente l'erba, gli alberi, il bosco e infine l'acqua del torrente.
DALLE ROCCE AL BOSCO – LA LUNGA DISCESA VERSO PONTE CHIANALE
Ripartiamo
dal Berardo e comincia la vera discesa verso Ponte Chianale. Il sentiero perde
quota rapidamente e in alcuni tratti è ripidissimo. Le gambe, dopo tutto quello
che hanno sopportato, protestano. In salita la fatica ci spingeva verso l'alto;
ora, nella discesa, bisogna invece controllare ogni passo. I muscoli sono
stanchi e ogni appoggio deve essere sicuro.
All'inizio la montagna conserva ancora il suo
carattere severo. La pietra continua a essere protagonista, ma lentamente
qualcosa cambia. Le grandi rocce lasciano spazio a tratti di terreno più
compatto, compaiono ciuffi d'erba sempre più numerosi e il colore del paesaggio
comincia a trasformarsi.
È una trasformazione lenta, quasi impercettibile, ma
bellissima. Più scendiamo e più l'alta montagna rimane alle nostre spalle. Il
grigio della pietra comincia a lasciare spazio al verde.
È come se la montagna, dopo averci mostrato il
suo volto più duro e selvaggio, cominciasse finalmente a diventare più gentile.
Poi arrivano i primi abeti.
All'inizio sono pochi, isolati, quasi timidi. Poi
diventano sempre più numerosi, più alti e più fitti. Entriamo progressivamente
nel bosco e improvvisamente ci troviamo immersi in un ambiente completamente
diverso da quello che abbiamo attraversato poche ore prima.
Il cambiamento è sorprendente. Dopo il silenzio
assoluto delle alte quote, il bosco ha i suoi rumori: il vento che muove le
chiome, gli aghi sotto gli scarponi, qualche ramo che scricchiola, il canto
degli uccelli. E soprattutto c'è il profumo della resina.
Respiriamo quell'aria profumata e quasi istintivamente
rallentiamo. Il verde degli alberi, dopo giorni trascorsi tra roccia e pietra,
sembra quasi una carezza.
È anche un cambiamento dello stato d'animo. Lassù
eravamo concentrati, attenti, impegnati a superare ogni passaggio. Qui, invece,
comincia a tornare una sensazione di tranquillità. Sappiamo che il nostro
viaggio sta finendo e forse proprio per questo guardiamo ogni cosa con maggiore
attenzione.
Il sentiero continua a perdere quota. La discesa resta
impegnativa e in alcuni tratti molto ripida, ma ora abbiamo la sensazione che la
montagna ci stia accompagnando verso casa. Ogni metro percorso ci allontana dal
regno della pietra e ci avvicina alla valle.
L'ACQUA – QUANDO
LA MONTAGNA TORNA A PARLARE
Continuiamo a scendere nel bosco. Gli
alberi diventano sempre più fitti, la luce penetra tra i rami creando zone
d'ombra e il sentiero sembra avvolgerci completamente.
Poi, quasi senza
accorgercene, sentiamo un rumore.
All'inizio è soltanto un
suono lontano, indistinto. Continuiamo a camminare e il rumore diventa più
evidente. Non ci sono dubbi: è l'acqua. È il torrente.
Ci fermiamo quasi
istintivamente ad ascoltarlo. Dopo il silenzio minerale dell'alta montagna, quel
rumore sembra qualcosa di familiare, rassicurante. È come se la montagna, dopo
averci accompagnato attraverso tutti i suoi ambienti, ci stesse finalmente
riconsegnando alla valle.
Il torrente diventa sempre
più vicino e il suo rumore cresce. Scendiamo ancora, fino a raggiungerlo. In
quel momento proviamo una sensazione difficile da spiegare: ci rendiamo conto di
aver completato un viaggio attraverso tutti i volti della montagna.
Siamo partiti dalla valle,
siamo saliti attraverso i boschi e i pascoli, siamo entrati nel mondo dell'alta
quota, abbiamo attraversato pietraie e laghetti, abbiamo affrontato il Monviso e
raggiunto i suoi 3.841 metri. Abbiamo camminato sulle rocce, arrampicato,
guardato il mondo dall'alto. E ora siamo di nuovo qui, vicino all'acqua, nel
punto più basso del nostro itinerario.
Dalla roccia al verde, dalla
verticalità della montagna alla tranquillità del bosco, dal silenzio della vetta
al rumore del torrente. È come se l'intero viaggio fosse racchiuso in questa
discesa.
E forse è proprio questo che
rende così particolare il ritorno. La montagna non ci sta semplicemente facendo
tornare al punto di partenza: ci sta facendo attraversare, ancora una volta,
tutti i suoi ambienti e tutte le emozioni che abbiamo vissuto.
Guardiamo il torrente e per
un momento ci viene quasi da pensare alla strada che abbiamo lasciato alle
nostre spalle. Il Monviso ormai è lontano, ma dentro di noi è ancora presente.
La fatica, il freddo, la paura, la soddisfazione, la meraviglia della vetta e
quel senso di piccolezza provato davanti all'immensità delle montagne sono
ancora tutti lì.
Ora però sappiamo che il
cerchio si sta chiudendo.
La montagna ci ha portati
dal basso verso l'alto e adesso ci sta riportando dall'alto verso il basso.
Dalla valle alla vetta,
dalla vetta alla pietraia, dalla pietraia al bosco e dal bosco al torrente.
Il rumore del torrente cresce, finalmente lo raggiungiamo e in quel momento
sembra di chiudere un cerchio.
Dalla valle alla vetta, dalla vetta alla pietraia,
dalla pietraia al bosco, dal bosco al torrente.
Un viaggio attraverso tutti
i volti del Monviso, fino a ritrovare nuovamente la valle e, poco più avanti,
Ponte Chianale.
10.30 – PONTE CHIANALE
Sono le 10.30 di lunedì 31 agosto
quando arriviamo a Ponte Chianale.
È finita, ci togliamo gli
zaini, ci guardiamo.
La stanchezza è evidente, ma
insieme alla stanchezza c'è qualcosa di molto più forte, la soddisfazione.
Abbiamo vissuto tre giorni
dentro una montagna vera, una montagna che non ci ha regalato niente.
Abbiamo avuto freddo,
abbiamo dormito poco, abbiamo camminato, camminato tanto!
Abbiamo arrampicato, abbiamo
affrontato pietraie interminabili, abbiamo disceso sentieri ripidissimi, abbiamo visto l'alta montagna trasformarsi lentamente in bosco e poi
ritrovare l'acqua del torrente. Abbiamo incontrato stambecchi e camosci, abbiamo dormito in una tenda per necessità e in un vero letto per fortuna
e soprattutto siamo arrivati lassù, sulla cima del Monviso, il Re di Pietra!
Alla fine, però, non sono i
numeri quelli che rimangono, non sono i chilometri, non sono le ore di cammino,
non è nemmeno il dislivello.
Rimangono le immagini, i Laghetti delle Forcioline
immobili sotto le montagne, il freddo della notte al Boarelli, la roccia
dei Fornelli sotto le mani, il silenzio della vetta. Quell'infinito susseguirsi
di montagne osservato dall'alto, la preghiera, lo stambecco comparso davanti al
bivacco, il buio delle tre del mattino, le infinite pietraie, il Berardo, La
discesa ripidissima, gli abeti, il profumo del bosco e infine il rumore del torrente.
Un viaggio attraverso tutti i volti della montagna, dalla sua parte più aspra a
quella più dolce, Dalla pietra al verde, dal silenzio assoluto dell'alta quota
al rumore dell'acqua. Io, Fabio e Mario siamo partiti da Viareggio sabato alle
4.30, tre uomini con tre zaini e un'idea: Raggiungere il Monviso.
Siamo tornati a Ponte
Chianale lunedì mattina, tre uomini stanchi, ma con qualcosa in più, perché una
montagna così non si lascia semplicemente alle spalle, rimane dentro.
E forse è questo il vero
senso dell'andare in montagna. Si conquistare la cima, ma cosa più
importante è tornare a valle sapendo che, per qualche ora, abbiamo fatto parte di
qualcosa di immensamente più grande di noi.
Il Monviso era lì prima del
nostro arrivo, resterà lì dopo la nostra partenza, noi siamo soltanto passati.
Abbiamo lasciato sulla sua
roccia le nostre impronte e abbiamo portato via qualche ricordo, ma c'è una cosa
che questa montagna ci ha insegnato ancora una volta, la vetta non è il punto più alto che raggiungi,
è il momento in cui, lassù, guardando il mondo dall'alto, capisci quanto sei
piccolo e quanto è grande il privilegio di esserci. E allora il Monviso non lo abbiamo conquistato
affatto è stato lui a concederci, per un breve istante, di entrare nel suo
regno.
E quando siamo tornati a
valle, una parte di quel regno è venuta con noi.
Il Re di Pietra è rimasto lassù,
ma qualcosa di lui, ormai, è rimasto anche dentro di noi.
| Foto escursione |
Torna a indice relazioni |
![]() |