Il Monviso, il re di Pietra
Tre uomini, una montagna e il viaggio dal cielo al torrente.
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Castello di Pontechianale (1608m) - Canalone delle Forciolline - Bivacco Boarelli (2820m) - Passo delle Sagnette (2991m) - Bivacco Andreotti (3225m) - Monviso (3841m) - Bivacco Berardo (2710m) - Torrente Varaita - Castello

 

 Castello a Ponte Chianale - Valle delle Forciolline – Bivacco Boarelli – Passo delle Sagnette – Bivacco Andreotti – Monviso – Bivacco Berardo

Ci sono montagne che si guardano, altre che si desiderano e poi ce ne sono alcune che, prima di lasciarti arrivare alla cima, vogliono sapere chi sei davvero.
Il Monviso è una di queste, lo chiamano il Re di Pietra, non è un nome esagerato.
La sua figura domina il paesaggio e, quando finalmente ti trovi sotto le sue pareti, capisci che non sarà lui a venire incontro a te, sarai tu a dover andare incontro a lui.

SABATO – QUANDO TUTTO COMINCIA

Ci sono montagne che si guardano, altre che si desiderano e poi ce ne sono alcune che, prima di lasciarti arrivare in cima, vogliono sapere chi sei davvero. Il Monviso è una di queste. Lo chiamano il Re di Pietra, non è un nome esagerato. La sua figura domina il paesaggio e, quando finalmente sei sotto le sue pareti, capisci che non sarà lui a venire incontro a te: sarai tu a dover andare incontro a lui.

Sono le 4.30 di sabato mattina quando io, Fabio e Mario lasciamo Viareggio. È ancora buio, le strade sono deserte e mentre la macchina macina chilometri verso nord sappiamo che ci aspetta qualcosa di importante. Destinazione: Castello di Pontechianale, in Valle Varaita (CN). Arriviamo alle 9.00.
Zaini in spalla, ultimi controlli e si parte. Direzione: Bivacco Boarelli.
Il sentiero parte subito dietro il ponte di Castello, ben segnalato per il Rifugio Vallanta (segnavia U9 / GTA). Si entra immediatamente nel Bosco dell'Alevè, una delle più estese pinete di pino cembro d'Europa. Qui il cammino concede ancora l'illusione di essere in una normale valle alpina. Sentiero largo, tornanti regolari, pendenza dolce. Sotto di noi il Lago di Pontechianale, sopra la piramide del Monviso e del Viso di Vallanta che cominciano a mostrarsi. È il tratto ingannevole, quello che ti fa pensare "è fattibile". Terra compatta, radici, profumo di resina.
Dopo 45 minuti: Grange Gheit, 1912m. Baite in pietra ristrutturate, fontana. Qui la valle si apre e davanti a noi c'è tutto il Vallone di Vallanta.
A quota 2000m circa, poco dopo le Grange del Rui, abbandoniamo il sentiero principale per il Vallanta. Svolta secca a sinistra, verso ovest. Un ometto e una scritta sbiadita su un masso: "Forciolline - Boarelli - Sentiero Ezio Nicoli".
Da qui cambia il mondo.
Lasciamo la mulattiera e entriamo nel Canalone delle Forciolline. Il sentiero non esiste più come prima: è una traccia tra massi, segnata da ometti e tacche gialle. Il torrente Vallanta scompare, sostituito da un rio più selvaggio. La vegetazione sparisce in pochi metri: ultimi larici contorti, poi rododendri nani, poi solo pietra. Roccia ovunque, canalini, pietraie. Si procede cercando il passaggio migliore, un passo alla volta. La montagna impone il suo ritmo.
Questo è il cuore del tratto. Un vallone sospeso, incastrato tra la Rocca delle Forciolline e il Viso di Vallanta. Si sale a zig-zag su detrito morenico, si usano le mani per equilibrio sui blocchi instabili. Silenzio rotto solo dal vento.
A 2680m la conca si apre. E appaiono loro: i Laghetti delle Forciolline.
Piccoli specchi d'acqua di origine glaciale, 2684m quello inferiore e 2760m quello superiore. Acqua blu-verde che raccoglie il cielo, montagne riflesse sulla superficie, roccia che domina incontrastata. È il contrasto che colpisce: la durezza della pietra e la tranquillità dell'acqua che convivono. Due anime della stessa montagna, quella aspra e selvaggia e quella delicata, poetica. Ci fermiamo senza parlare. Ci sono luoghi dove bisogna solo guardare.
Dai laghetti al Boarelli sono gli ultimi 100 metri che sembrano 300. Placche lisce levigate dal ghiacciaio sulla destra idrografica del lago superiore, piede fermo obbligatorio.
Poi lo vedi: giallo, moderno, quasi sproporzionato in quel deserto lunare. Il Bivacco Alessandra Boarelli, 2820m, dedicato alla prima donna in vetta al Monviso nel 1864, costruito dove Quintino Sella bivaccò nel 1863. Sempre aperto, 12 posti, pannelli solari. In quel momento abbiamo chiuso la prima porta: lasciato il bosco a 1608m ed entrati nell'alta montagna a 2820m.

UNA NOTTE IMPROVVISATA
Arriviamo al Boarelli,  ma c'è un problema: il bivacco è strapieno, non c'è posto, la soluzione arriva grazie a una coppia che si trova già sul posto, con grande gentilezza ci offre una tendina nella quale possiamo trascorrere la notte, un gesto semplice, ma in montagna i gesti semplici hanno un valore enorme. Accettiamo e ci sistemiamo, ceniamo, poi proviamo a dormire.
Ma quella notte sembra non voler passare, fa freddissimo, la tendina è tutt'altro che comoda e il sonno arriva soltanto a sprazzi, ci giriamo, ci rigiriamo, cerchiamo una posizione, Niente, dormiamo pochissimo.
Fuori, intanto, la montagna continua a respirare nel buio, forse è proprio questa la cosa più incredibile. noi tre, rannicchiati dentro una piccola tenda, stanchi e infreddoliti, e fuori il Monviso, immobile, immenso

DOMENICA – ORE 7.00

La notte finalmente finisce, ringraziamo la coppia che ci ha prestato la tenda, la restituiamo e, dopo aver fatto colazione, alle 7.00 partiamo.
Ora non c'è più tempo per pensare al sonno perduto, davanti a noi ci sono il Passo delle Sagnette, il Bivacco Andreotti e poi lui, Il Monviso.

VERSO IL PASSO DELLE SAGNETTE

Il terreno cambia ancora, la montagna diventa sempre più aspra, il sentiero si fa più severo e il paesaggio assume quella particolare fisionomia dell'alta quota dove la vegetazione non riesce più a nascondere la natura della montagna. Roccia ovunque, canalini, pareti ripide pietraie, il sentiero sembra a tratti soltanto una traccia disegnata sulla montagna, si procede cercando il passaggio migliore, un passo alla volta, qui non esiste la fretta, la montagna impone il suo ritmo.
Arriviamo al Bivacco Andreotti, ci fermiamo, davanti a noi c'è la parte più importante dell'avventura, da qui comincia la scalata al Monviso.

LA MONTAGNA VERTICALE

Riprendiamo il cammino,  da questo momento il concetto di sentiero quasi scompare, si arrampica!  La roccia diventa il nostro percorso, saliamo tra pareti, canalini e blocchi di pietra, la difficoltà è generalmente di I e II grado, ma il terreno è severo e richiede attenzione continua.
Le mani cercano la roccia, gli scarponi cercano appoggi sicuri, il corpo si muove lentamente, non c'è spazio per distrazioni, saliamo e saliamo ancora.
La fatica comincia a farsi sentire, la notte quasi insonne non aiuta, e le  gambe lavorano, il fiato diventa più pesante ma basta voltarsi e la fatica viene dimenticata, sotto di noi il mondo si allontana,  le montagne si moltiplicano,  le valli diventano sempre più profonde.
E noi continuiamo a salire.

I FORNELLI – IL PASSAGGIO DOVE IL MONVISO DIVENTA ARRAMPICATA

Dopo aver superato la successione di cenge, placche e risalti rocciosi che caratterizzano la parte alta della parete Sud, arriviamo davanti a uno dei passaggi più caratteristici della via normale del Monviso: i Fornelli.
Il nome deriva dalla particolare conformazione della roccia, che in questo punto si articola in piccoli camini e strette fessure verticali, quasi fossero dei grandi fornelli scavati nella parete. È un passaggio obbligato e rappresenta uno dei punti tecnicamente più impegnativi dell'ascensione, grado  II+ / III.
Qui il percorso cambia definitivamente natura, fino a quel momento abbiamo alternato tratti di sentiero, cenge e facili passaggi di arrampicata. Ai Fornelli, invece, non si cammina più: si arrampica.
La parete si fa più verticale e davanti a noi c'è una successione di brevi camini rocciosi. Si entra nella spaccatura, si cercano con attenzione gli appoggi per i piedi e gli appigli per le mani e si sale sfruttando ogni asperità della roccia.
Il corpo aderisce alla parete, le mani lavorano, gli scarponi cercano sicurezza su piccoli gradini., n movimento alla volta si guadagna quota.
È un passaggio breve rispetto allo sviluppo complessivo della salita, ma la sua posizione, l'esposizione e la verticalità gli conferiscono un carattere decisamente alpinistico, mentre saliamo, sotto di noi il mondo sembra allontanarsi.
La grande distesa di rocce della parete Sud scende verso il basso e, oltre le sue cenge, le montagne si aprono in un panorama sempre più vasto.
La fatica si sente, abbiamo già percorso molta strada e la notte al Boarelli ci ha lasciato addosso poche ore di sonno. Ma proprio qui la concentrazione prende il sopravvento sulla stanchezza, non possiamo pensare a quanto manca, pensiamo soltanto al movimento successivo. Un appiglio, un appoggio, n altro metro.
Poi, finalmente, usciamo dai Fornelli, la verticalità si attenua e raggiungiamo la spalla della cresta Sud-Est, dove la montagna sembra concederci per qualche momento un po' di respiro. Da qui il percorso continua verso la caratteristica Testa dell'Aquila, quindi attraverso il canalone e sulla Cresta Est, prima degli ultimi risalti che conducono alla vetta.
Ci voltiamo un'ultima volta verso i Fornelli. Li guardiamo dal basso verso l'alto e poi dall'alto verso il basso e comprendiamo che quel breve tratto di roccia ha rappresentato qualcosa di più di una difficoltà tecnica.
È stato il momento in cui il Monviso ci ha chiesto di smettere di essere semplicemente escursionisti e di diventare, per qualche metro, arrampicatori. ed è forse proprio questo che rende i Fornelli così memorabili. Non sono soltanto un passaggio della via normale sono una porta. Una porta attraverso la quale si entra definitivamente nel cuore del Re di Pietra.

QUELLO CHE SEMBRAVA LONTANISSIMO

Ancora roccia, ancora salita, ancora fatica.
Poi, finalmente, succede, l a pendenza cambia, il cielo sembra più vicino, e davanti a noi compare la vetta.
Ci siamo, gli ultimi metri sembrano non finire mai, poi mettiamo piede sulla cima, il Monviso è fatto.

3841 METRI DI MERAVIGLIA

Questa parte può diventare uno dei momenti più intensi dell'escursione, perché la croce, il Cristo e la Madonna segnano fisicamente il punto culminante dell'intera salita, ma anche il momento spirituale.

LA VETTA – LA CROCE, IL CRISTO E LA MADONNA

E poi, finalmente, la montagna sembra concedersi.
Dopo l'ultima successione di roccette, il percorso si apre e davanti a noi appare ciò che fino a pochi minuti prima sembrava quasi irraggiungibile.
La vetta del Monviso, 3.841 metri.
E lassù, sul punto più alto del Re di Pietra, c'è lei: la grande croce metallica che domina la cima.
È alta quasi tre metri e si trova sulla vetta dal 1925; ai suoi piedi sono collocati due grandi medaglioni in bronzo raffiguranti il Cristo Redentore e la Madonna, opere dello scultore Callisto Gastaldi. Ma quando finalmente arriviamo lassù, non pensiamo alla storia della croce. Pensiamo soltanto a quello che abbiamo appena fatto.
Ci fermiamo, guardiamo la croce, guardiamo il Cristo. guardiamo la Madonna e per qualche istante il silenzio dice più di qualsiasi parola.
Abbiamo lasciato alle nostre spalle ore di cammino, la grande pietraia, la notte quasi insonne al Boarelli, le rocce, i canalini, i passaggi esposti e i Fornelli.
Abbiamo salito il Monviso metro dopo metro, usando prima le gambe e poi anche le mani, ora siamo qui sotto quella croce a 3.841 metri e davanti a noi non c'è più nessuna montagna da salire, c'è soltanto il cielo.
Il panorama dalla cima è immenso: il Monviso domina isolato sulle montagne circostanti e permette allo sguardo di spaziare sull'intero arco alpino occidentale; nelle giornate particolarmente limpide la vista può arrivare fino al Monte Rosa, al Cervino, al Monte Bianco, all'Argentera e persino verso il Mar Ligure, e magari anche le nostre Apuane. Le montagne sembrano onde pietrificate che si rincorrono fino all'orizzonte, le valli, viste da lassù, sembrano profonde fenditure nella terra. Il mondo che abbiamo lasciato poche ore prima è diventato improvvisamente piccolo. E noi, davanti a quella immensità, ci sentiamo esattamente per quello che siamo: piccoli uomini davanti a una montagna immensa. È allora che nasce spontaneo il nostro ringraziamento.
Rivolgiamo un pensiero al Creatore e alla Madonna, ringraziandoli per averci accompagnato e protetto durante questa salita e per averci permesso di arrivare fin lassù.
ddLa Madonna, proprio lì, sulla cima, sembra quasi osservare dall'alto chi arriva dopo tanta fatica., il Cristo, accanto alla grande croce, dà a quel luogo un significato ancora più profondo. Non è soltanto una cima, n on è soltanto il punto più alto del nostro itinerario, è il punto nel quale fatica, paura, soddisfazione, fede e meraviglia si incontrano. Restiamo qualche minuto, respiriamo, guardiamo ancora una volta il panorama, poi ci scambiamo uno sguardo, non servono grandi discorsi.
Il Monviso, il nostro Re di Pietra, ci ha lasciato entrare nel suo regno, e lassù, accanto alla grande croce, al Cristo e alla Madonna, per qualche istante abbiamo avuto la sensazione che tutta la fatica del viaggio avesse finalmente trovato il suo significato. La vetta non è soltanto il luogo dove finisce la salita,  è il luogo dove, per un momento, tutto ciò che hai lasciato alle spalle acquista un senso.

LA VETTA È METÀ DEL VIAGGIO

Dopo la sosta cominciamo a scendere e subito la montagna ci ricorda una regola fondamentale: la vetta non è la fine.
La discesa è, se possibile, ancora più complicata della salita. Quello che abbiamo affrontato guardando verso l'alto ora dobbiamo superarlo guardando verso il basso. La stanchezza pesa, la concentrazione deve essere massima. Ogni appoggio viene controllato, ogni movimento pensato. Ridiscendiamo i tratti rocciosi, i canalini e le parti più impegnative.
Finalmente raggiungiamo il Bivacco Andreotti, ma non è ancora finita.

LA GRANDE PIETRAIA

Ci aspetta la lunga traversata verso il Boarelli. Davanti a noi c'è una grande pietraia, un oceano di pietra e massi. Una distesa apparentemente infinita di rocce instabili.
Qui ogni passo è diverso dal precedente, si sale sopra un masso, se ne aggira un altro, si cerca la traccia, si perde e la si ritrova.
Il terreno è instabile e irregolare, le gambe sono stanche e il corpo comincia a reclamare il riposo, ma continuiamo perché sappiamo dove stiamo andando e infine Il Boarelli finalmente ricompare.

UNA SECONDA NOTTE

Raggiungiamo il bivacco, questa volta, finalmente, possiamo entrare, niente tenda, niente freddo. Questa notte usufruiremo di un vero letto. Dopo la nottekk precedente ci sembra quasi un privilegio.
Ceniamo e prima di andare a dormire arriva ancora una volta lui, lo stambecco.
Compare nei pressi del bivacco, ci guarda, sembra quasi venuto a salutarci.
Un incontro semplice, ma perfetto, lui appartiene a queste montagne, noi siamo soltanto di passaggio. Lo guardiamo allontanarsi, poi finalmente andiamo a dormire. E questa volta ci abbandoniamo immediatamente nelle braccia di Morfeo.

LE 3 DEL MATTINO

Il sonno, però, dura meno del previsto. Verso le 3.00, il bivacco si anima, partono coloro che devono ancora affrontare l'escursione. Zaini, rumori, passi, voci sussurrate.
Siamo tutti svegli.  Per fortuna fanno abbastanza presto e possiamo tornare a dormire.

DAL BIVACCO BOARELLI AL BERARDO – L'ULTIMO VOLTO DELL'ALTA MONTAGNA

Lasciamo il Bivacco Boarelli alle 6.30 del mattino. Gli zaini tornano sulle spalle e, dopo le emozioni vissute nei giorni precedenti, sappiamo che davanti a noi non c'è più una vetta da conquistare, ma un lungo viaggio di ritorno verso la valle. Eppure, anche questa volta, la montagna non ha intenzione di concederci una discesa facile.
Il sentiero si inoltra ancora nell'ambiente severo dell'alta quota. Intorno a noi domina la pietra: grandi massi, placche rocciose e pietraie che sembrano non avere fine. Il terreno è irregolare e richiede attenzione continua; bisogna scegliere ogni volta dove mettere i piedi, aggirare i blocchi più grandi, cercare la traccia tra le rocce. Dopo la fatica della salita al Monviso e della discesa dalla vetta, anche un tratto apparentemente semplice richiede concentrazione.
Ma questa parte del percorso ha qualcosa di diverso. Non abbiamo più davanti la tensione della salita, né l'obiettivo della vetta che ci spinge a continuare. Ora possiamo guardarci intorno con maggiore calma. E il paesaggio che ci circonda sembra volerci regalare un ultimo grande spettacolo.
Camminiamo tra rocce e piccoli specchi d'acqua. I laghetti, incastonati nel severo ambiente minerale, sembrano quasi fuori posto per la loro delicatezza. Le loro superfici tranquille riflettono il cielo e le montagne circostanti, creando un contrasto straordinario con la durezza delle pietre. Ci fermiamo più volte con lo sguardo, perché dopo tanta roccia, tanto dislivello e tanta fatica, quei piccoli laghi sembrano avere qualcosa di rassicurante.
Dietro di noi rimane il mondo verticale del Monviso, con le sue pareti, le sue creste e i suoi passaggi di arrampicata. Guardandolo da questa prospettiva, ci rendiamo conto ancora una volta della strada percorsa. Quella montagna che poche ore prima avevamo affrontato con le mani sulla roccia adesso si allontana lentamente alle nostre spalle.
Il sentiero continua a portarci verso il Bivacco Berardo. È una sensazione particolare: fisicamente stiamo scendendo, ma dentro di noi sembra di attraversare lentamente tutto ciò che abbiamo vissuto. La salita, la vetta, la croce, il Cristo e la Madonna, la grande distesa delle montagne viste dall'alto, la paura nei passaggi più esposti, la stanchezza e la soddisfazione.
Poco alla volta compare il Bivacco Berardo. Lo raggiungiamo e ci concediamo una breve sosta. È un momento tranquillo, quasi sospeso. Il Berardo rappresenta in qualche modo una frontiera: alle nostre spalle c'è ancora l'alta montagna, davanti a noi comincia il lungo ritorno verso il fondo valle.
Ci guardiamo intorno un'ultima volta. Sappiamo che tra poco il paesaggio cambierà radicalmente. Dovremo lasciare le grandi pietraie, le rocce e i laghetti per ritrovare progressivamente l'erba, gli alberi, il bosco e infine l'acqua del torrente.

DALLE ROCCE AL BOSCO – LA LUNGA DISCESA VERSO PONTE CHIANALE

Ripartiamo dal Berardo e comincia la vera discesa verso Ponte Chianale. Il sentiero perde quota rapidamente e in alcuni tratti è ripidissimo. Le gambe, dopo tutto quello che hanno sopportato, protestano. In salita la fatica ci spingeva verso l'alto; ora, nella discesa, bisogna invece controllare ogni passo. I muscoli sono stanchi e ogni appoggio deve essere sicuro.
All'inizio la montagna conserva ancora il suo carattere severo. La pietra continua a essere protagonista, ma lentamente qualcosa cambia. Le grandi rocce lasciano spazio a tratti di terreno più compatto, compaiono ciuffi d'erba sempre più numerosi e il colore del paesaggio comincia a trasformarsi.
È una trasformazione lenta, quasi impercettibile, ma bellissima. Più scendiamo e più l'alta montagna rimane alle nostre spalle. Il grigio della pietra comincia a lasciare spazio al verde.
 È come se la montagna, dopo averci mostrato il suo volto più duro e selvaggio, cominciasse finalmente a diventare più gentile.
Poi arrivano i primi abeti.
All'inizio sono pochi, isolati, quasi timidi. Poi diventano sempre più numerosi, più alti e più fitti. Entriamo progressivamente nel bosco e improvvisamente ci troviamo immersi in un ambiente completamente diverso da quello che abbiamo attraversato poche ore prima.
Il cambiamento è sorprendente. Dopo il silenzio assoluto delle alte quote, il bosco ha i suoi rumori: il vento che muove le chiome, gli aghi sotto gli scarponi, qualche ramo che scricchiola, il canto degli uccelli. E soprattutto c'è il profumo della resina.
Respiriamo quell'aria profumata e quasi istintivamente rallentiamo. Il verde degli alberi, dopo giorni trascorsi tra roccia e pietra, sembra quasi una carezza.
È anche un cambiamento dello stato d'animo. Lassù eravamo concentrati, attenti, impegnati a superare ogni passaggio. Qui, invece, comincia a tornare una sensazione di tranquillità. Sappiamo che il nostro viaggio sta finendo e forse proprio per questo guardiamo ogni cosa con maggiore attenzione.
Il sentiero continua a perdere quota. La discesa resta impegnativa e in alcuni tratti molto ripida, ma ora abbiamo la sensazione che la montagna ci stia accompagnando verso casa. Ogni metro percorso ci allontana dal regno della pietra e ci avvicina alla valle.

L'ACQUA – QUANDO LA MONTAGNA TORNA A PARLARE

Continuiamo a scendere nel bosco. Gli alberi diventano sempre più fitti, la luce penetra tra i rami creando zone d'ombra e il sentiero sembra avvolgerci completamente.
Poi, quasi senza accorgercene, sentiamo un rumore.
All'inizio è soltanto un suono lontano, indistinto. Continuiamo a camminare e il rumore diventa più evidente. Non ci sono dubbi: è l'acqua. È il torrente.
Ci fermiamo quasi istintivamente ad ascoltarlo. Dopo il silenzio minerale dell'alta montagna, quel rumore sembra qualcosa di familiare, rassicurante. È come se la montagna, dopo averci accompagnato attraverso tutti i suoi ambienti, ci stesse finalmente riconsegnando alla valle.
Il torrente diventa sempre più vicino e il suo rumore cresce. Scendiamo ancora, fino a raggiungerlo. In quel momento proviamo una sensazione difficile da spiegare: ci rendiamo conto di aver completato un viaggio attraverso tutti i volti della montagna.
Siamo partiti dalla valle, siamo saliti attraverso i boschi e i pascoli, siamo entrati nel mondo dell'alta quota, abbiamo attraversato pietraie e laghetti, abbiamo affrontato il Monviso e raggiunto i suoi 3.841 metri. Abbiamo camminato sulle rocce, arrampicato, guardato il mondo dall'alto. E ora siamo di nuovo qui, vicino all'acqua, nel punto più basso del nostro itinerario.
Dalla roccia al verde, dalla verticalità della montagna alla tranquillità del bosco, dal silenzio della vetta al rumore del torrente. È come se l'intero viaggio fosse racchiuso in questa discesa.
E forse è proprio questo che rende così particolare il ritorno. La montagna non ci sta semplicemente facendo tornare al punto di partenza: ci sta facendo attraversare, ancora una volta, tutti i suoi ambienti e tutte le emozioni che abbiamo vissuto.
Guardiamo il torrente e per un momento ci viene quasi da pensare alla strada che abbiamo lasciato alle nostre spalle. Il Monviso ormai è lontano, ma dentro di noi è ancora presente. La fatica, il freddo, la paura, la soddisfazione, la meraviglia della vetta e quel senso di piccolezza provato davanti all'immensità delle montagne sono ancora tutti lì.
Ora però sappiamo che il cerchio si sta chiudendo.
La montagna ci ha portati dal basso verso l'alto e adesso ci sta riportando dall'alto verso il basso.
Dalla valle alla vetta, dalla vetta alla pietraia, dalla pietraia al bosco e dal bosco al torrente.
Il rumore del torrente cresce, finalmente lo raggiungiamo e in quel momento sembra di chiudere un cerchio.
Dalla valle alla vetta, dalla vetta alla pietraia, dalla pietraia al bosco, dal bosco al torrente.

Un viaggio attraverso tutti i volti del Monviso, fino a ritrovare nuovamente la valle e, poco più avanti, Ponte Chianale.

10.30 – PONTE CHIANALE

Sono le 10.30 di lunedì 31 agosto quando arriviamo a Ponte Chianale.
È finita, ci togliamo gli zaini, ci guardiamo.
La stanchezza è evidente, ma insieme alla stanchezza c'è qualcosa di molto più forte, la soddisfazione.
Abbiamo vissuto tre giorni dentro una montagna vera, una montagna che non ci ha regalato niente.
Abbiamo avuto freddo, abbiamo dormito poco, abbiamo camminato, camminato tanto!
Abbiamo arrampicato, abbiamo affrontato pietraie interminabili, abbiamo disceso sentieri ripidissimi, abbiamo visto l'alta montagna trasformarsi lentamente in bosco e poi ritrovare l'acqua del torrente. Abbiamo incontrato stambecchi e camosci, abbiamo dormito in una tenda per necessità e in un vero letto per fortuna e soprattutto siamo arrivati lassù, sulla cima del Monviso, il Re di Pietra! 
Alla fine, però, non sono i numeri quelli che rimangono, non sono i chilometri, non sono le ore di cammino, non è nemmeno il dislivello.yy
Rimangono le immagini, i Laghetti delle Forcioline immobili sotto le montagne, il freddo della notte al Boarelli,  la roccia dei Fornelli sotto le mani, il silenzio della vetta. Quell'infinito susseguirsi di montagne osservato dall'alto, la preghiera, lo stambecco comparso davanti al bivacco, il buio delle tre del mattino, le infinite  pietraie, il Berardo, La discesa ripidissima, gli abeti, il profumo del bosco e  infine il rumore del torrente. Un viaggio attraverso tutti i volti della montagna, dalla sua parte più aspra a quella più dolce, Dalla pietra al verde, dal silenzio assoluto dell'alta quota al rumore dell'acqua. Io, Fabio e Mario siamo partiti da Viareggio sabato alle 4.30, tre uomini con tre zaini e un'idea: Raggiungere il Monviso.
Siamo tornati a Ponte Chianale lunedì mattina, tre uomini stanchi, ma con qualcosa in più, perché una montagna così non si lascia semplicemente alle spalle, rimane dentro.
E forse è questo il vero senso dell'andare in montagna. Si  conquistare la cima,  ma cosa più importante è tornare a valle sapendo che, per qualche ora, abbiamo fatto parte di qualcosa di immensamente più grande di noi.
Il Monviso era lì prima del nostro arrivo, resterà lì dopo la nostra partenza, noi siamo soltanto passati.
Abbiamo lasciato sulla sua roccia le nostre impronte e abbiamo portato via qualche ricordo, ma c'è una cosa che questa montagna ci ha insegnato ancora una volta, la vetta non è il punto più alto che raggiungi, è il momento in cui, lassù, guardando il mondo dall'alto, capisci quanto sei piccolo e quanto è grande il privilegio di esserci. E allora il Monviso non lo abbiamo conquistato affatto è stato lui a concederci, per un breve istante, di entrare nel suo regno.
E quando siamo tornati a valle, una parte di quel regno è venuta con noi.
Il Re di Pietra è rimasto lassù, ma qualcosa di lui, ormai, è rimasto anche dentro di noi. 

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