Attenzione!
La presente pagina non vuole in
alcun
modo essere una guida
escursionistica o alpinistica, ma un
semplice racconto di una
giornata
e la
segnalazione di una bellezza
naturale e
culturale.
Quindi, la
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sempre a proprio rischio e pericolo.
A questo proposito, prima di
effettuare le escursioni, si
consiglia di chiedere sempre
informazioni aggiornate, riguardanti
lo stato dei sentieri che si
intendono percorrere, alle Sezioni
CAI che ne curano la manutenzione.
Ricorda inoltre che tutte le
valutazioni circa le difficoltà
delle escursioni, riportate sul
sito, sono prettamente soggettive.
Periodo
consigliato:
Sentieri:
Percorso:
Forno,
sentiero 161, deviazione fuori sentiero per cresta dei
Botticini, Colle dei Botticini, deviazione su 161 verso Zucco di
Sordola, ritorno su 161 direzione Celia, Forno
Come Arrivare :
Da Massa si segue via Bassa Tambura in direzione Forno, a 4 Km
si incontra Canevara, a 6,5 Km un bivio: a sinistra la strada si
dirige a Forno mentre a destra continua per Gronda e Resceto.
Dopo un chilometro raggiungiamo Forno che si sviluppa lungo
il torrente e la strada.
Superiamo il Pizzo del Cotonificio
che si trova di fronte alla ex-Filanda che oggi ospita un Centro
di Accoglienza del Parco delle Apuane.
Proseguiamo fino al
bivio dove parcheggiamo: a sinistra un ramo della strada sale al
Vergheto mentre di fronte la strada si dirige a Biforco.
INDICAZIONI STRADALI
Classificazione:
Itinerario riservato ad escursionisti esperti e ben
allenati, con buona esperienza di movimento su terreno
roccioso e su tratti esposti. Pur non presentando un
dislivello particolarmente elevato, il percorso presenta
passaggi su roccia, tratti aerei, brevi passaggi di I grado
e alcuni punti delicati, soprattutto nella zona dello Zucco
della Sordola. Non è quindi un'escursione adatta a
principianti o a chi non possiede una buona sicurezza di
passo. Da evitare con terreno bagnato o condizioni
meteorologiche avverse. EE
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161
Resceto – Monte Castagnolo – incrocio strada marmifera di Cava
Bore (sentiero 36) – Celia Caldia – Forno (Poggio della Greppia)
L'escursione è solta prevalentemente fuori sentiero

Tempo di percorrenza:
Tempo
di percorrenza totale:
circa
4,30h
Acqua: Al paese di Forno,
bivio 163-161
Punti sosta: Al
paese di Forno

Escursione
consigliata a chi ama i percorsi meno battuti delle Apuane e cerca
un’alternativa originale ai classici itinerari segnati
Ci sono angoli delle Apuane che non hanno bisogno di grandi quote
per regalare emozioni, fatica e, soprattutto, qualche bella sorpresa. Sono le
cosiddette Apuane “minori”, quelle montagne che magari non fanno impressione per
altezza, ma che sanno mettere alla prova gambe, testa e capacità di leggere il
terreno.
Oggi andiamo a esplorare proprio una di queste zone: il Colle dei Botticini, 422
metri, e lo Zucco di Sordola, 612 metri, partendo da Forno.
Raggiungiamo il paese di Forno e lasciamo l'auto nella parte alta dell'abitato,
dove c'è uno slargo abbastanza ampio da permettere la manovra di un pullman. Ci
si può parcheggiare, ma naturalmente con un minimo di criterio, senza
intralciare.
Scendiamo per qualche decina di metri e sulla destra troviamo il segnavia CAI
161, che scende verso il torrente. Oggi, a dire il vero, più che un torrente
sembra un'idea di torrente: è completamente asciutto! Per niente che si
chiami Torrente Secco.
Attraversato il greto, ci troviamo su una vecchia strada marmifera. Poco dopo
incontriamo una catena che superiamo facilmente e, quasi subito, abbandoniamo il
sentiero 161 piegando verso sinistra, entrando tra sfasciumi, roccette e paleo.
Fin dall'inizio capiamo che non sarà la classica passeggiata su sentiero ben
segnato. Qui bisogna cercare la strada, interpretare il terreno e soprattutto
capire dove passare.
Dopo un tratto tra roccette e paleo arriviamo sotto una parete
rocciosa che, vista da lì, sembra decisamente poco invitante. Anzi, diciamo pure
che da quel punto non si sale! La aggiriamo sulla destra e, quasi
inevitabilmente, ci lasciamo attirare dalla prima cresta che compare davanti a
noi. Partiamo. All'inizio è una salita divertente: la roccia è buona, gli
appigli non mancano e, anche se siamo su terreno esposto, la progressione è
piacevole. Ma la montagna, come spesso accade, decide di presentarci il conto
proprio quando pensiamo di aver trovato la strada giusta.
Arriviamo infatti a un punto in cui la salita diventa impossibile, ci fermiamo,
abbiamo sbagliato?
In una relazione avevamo letto di dirigerci verso un tubo ben visibile più in
alto. Il tubo lo avevamo visto anche noi... peccato che fosse quello sbagliato!
Non resta che tornare indietro.
La discesa non è proprio una passeggiata, ma con un po' di attenzione riusciamo
a perdere quota e a ritornare verso il torrente.
Facciamo il punto della situazione e questa volta osserviamo
meglio il terreno.
In alto, sulla nostra destra, notiamo una vecchia cava e, soprattutto, un tubo
che sembra affacciarsi proprio verso di noi.“Che sia questo quello giusto?”
Questa volta decidiamo di seguirlo. Aggiriamo sulla destra il torrione appena
ridisceso e iniziamo a salire tra sfasciumi e resti delle vecchie attività
estrattive. La salita ci conduce fino alla cava. Da qui dobbiamo arrampicare un
poco, superando alcuni passaggi rocciosi, fino a raggiungere un tratto più
orizzontale. È esposto, ma la roccia è buona e il percorso si fa senza
particolari difficoltà.
Abbiamo finalmente trovato la cresta dei Botticini.
Da qui la montagna cambia volto: davanti a noi abbiamo una cresta che ci
accompagnerà verso il nostro primo obiettivo. Scendiamo verso una sella e poi
riprendiamo a salire fino a raggiungere finalmente il Colle dei Botticini, quota
422 metri. Obiettivo raggiunto!
Dal colle scendiamo dalla parte opposta, entrando su un terreno
decisamente più smosso. Procedendo sul filo della cresta incontriamo un rilievo
che sembra fatto apposta per essere salito. La tentazione è troppo forte: lo
affrontiamo e raggiungiamo la sommità. Peccato che, una volta affacciati
dall'altra parte, ci rendiamo conto che scenderlo in libera non è proprio
possibile. Ancora una volta bisogna fermarsi, guardare bene e ragionare. L'unica
possibilità sembra essere quella di aggirare sulla destra uno Zucco che ci
troviamo davanti. Cominciamo quindi a scendere tra paleo e roccette. Il terreno
è ripido e bisogna prestare attenzione. Appena il terreno lo consente
traversiamo, costeggiando il torrione, e continuiamo tra le roccette. Arriviamo
a una prima costola, la guardiamo, sembra possibile, ma decidiamo di proseguire.
Col senno di poi, probabilmente quella era proprio la costola giusta!
Continuiamo ancora e raggiungiamo una seconda costola. Questa, a vista, sembra
davvero invitante: placche, roccia buona e alcuni facili passaggi di
arrampicata, non oltre il II grado.
Partiamo.
La salita è piacevole e divertente. Guadagniamo quota rapidamente e arriviamo
quasi in cima, manca davvero poco. Ed è proprio lì che arriva il solito “però”.
Ci troviamo davanti a un traverso molto inclinato, su roccia ormai sfatta. Sulla
nostra destra una parete strapiombante ci chiude praticamente il passaggio, non
si va.
Anche questa volta la montagna ci sta dicendo chiaramente che è meglio cambiare
idea. E noi, per fortuna, la ascoltiamo.
Questa volta, vista la pendenza e soprattutto il terreno franoso, decidiamo di aiutarci con una corda fissata a un albero. La discesa richiede attenzione. Scendendo, però, teniamo la nostra sinistra e notiamo qualcosa che prima ci era sfuggito: una cresta che sembra decisamente più agevole. La raggiungiamo e, infatti, la situazione migliora immediatamente. La cresta si percorre facilmente e finalmente arriviamo su una cima abbastanza ampia da poterci fermare. E qui arriva il premio per tutte le nostre divagazioni. Davanti a noi si apre una vista spettacolare sulle Apuane settentrionali. Lo Spallone, il Sagro, il Contrario, il Cavallo... e poi tutto quello che l'occhio riesce a catturare. Ci fermiamo per una breve pausa, ci idratiamo e ci godiamo il panorama. Per qualche minuto dimentichiamo anche tutti gli errori di percorso fatti fino a quel momento! Poi riprendiamo la discesa, sempre seguendo la cresta. Il terreno inizialmente è ancora un po' smosso, ma successivamente diventa più semplice e arriviamo a un rudere. Qui intercettiamo nuovamente il sentiero CAI 161.
Prendiamo il 161 verso sinistra seguendo i segni CAI.
Poco dopo incontriamo un tratto attrezzato con un cavetto. Il sentiero
ufficiale, a questo punto, proseguirebbe salendo verso destra. Noi invece
prendiamo ancora una volta a sinistra, la direzione è quella di una vecchia cava
sovrastata dallo Zucco di Sordola. Attraversiamo un grande ravaneto e
raggiungiamo la cava, ci dirigiamo verso una vecchia baracca di lamiera, un
vecchio ricovero per i macchinari utilizzati nelle attività estrattive.
Ed è da qui che parte la nostra salita verso lo Zucco.
Iniziamo a risalire la cresta, la roccia, anche qui, inizialmente
è buona. È molto verticale, ma gli appigli per mani e piedi sono numerosi e la
salita risulta divertente. Saliamo. Metri dopo metro. Poi però il terreno
cambia. Diventa sempre più smosso, degradato e poco rassicurante. Siamo ormai
quasi in vetta. Il leccio che caratterizza la sommità è lì, praticamente a
portata di mano. La cima sembra conquistata. E invece no. Ci fermiamo e
cominciamo a studiare attentamente i passaggi che ci aspettano. Ci guardiamo,
valutiamo, ragioniamo.
E, dopo quella che potremmo definire una lunga, attenta e ponderata riflessione,
arriviamo alla conclusione più saggia: meglio riportare la buccia a casa!
La vetta dello Zucco di Sordola può aspettare. Non abbiamo materiale per
proteggere adeguatamente la discesa e non vale assolutamente la pena rischiare
per arrivare qualche metro più in alto. Quindi si torna indietro. Anche questa
discesa non è proprio una passeggiata, ma con calma e attenzione riusciamo a
tornare alla baracca di lamiera. Come dice il saggio: “Meglio aver paura che
toccarne!” E oggi il saggio ha proprio ragione.
Ripercorriamo a ritroso il tratto appena fatto e ritorniamo al sentiero 161, da qui iniziamo il rientro verso Celia Calda e successivamente verso Forno. Torniamo al bivio e al rudere già incontrato in precedenza. Questa volta proseguiamo dritti. All'inizio camminiamo su terreno aperto, tra paleo e mille profumi di erbe aromatiche. Poi entriamo nel bosco. E da questo momento il bosco ci accompagnerà praticamente fino a Forno. Il sentiero è piacevole e ben percorribile. Lungo il percorso incontreremmo anche una fonte, ma in questo periodo è completamente asciutta. Scendendo, su una curva verso destra, troviamo uno stradello ben pulito che conduce alle vicinissime case di Celia Calda, chiamata anche Celia Caldìa.
Il piccolo gruppo di case sorge su un versante della Valle di Celia particolarmente esposto al sole. Questa posizione rendeva la zona sensibilmente più calda rispetto al fondovalle, molto più ombreggiato, dove scorre il Canal Secco. Proprio questa particolare esposizione permetteva un tempo di coltivare terrazzamenti con viti, ulivi e ortaggi, coltivazioni non certo comuni a quelle quote e su quei pendii. Oggi Celia Calda conserva ancora qualcosa del suo antico fascino, anche se molte delle vecchie abitazioni sono ormai in stato di abbandono e lentamente stanno cedendo al tempo. Qualcuno, comunque, continua ancora a frequentare questo piccolo borgo. Riprendiamo il nostro cammino.
Torniamo sul sentiero, superiamo una vecchia tubatura in cemento e poco dopo incontriamo un bivio. Ovviamente prendiamo a destra, seguendo ancora il CAI 161. Più avanti il sentiero si trasforma in una vecchia via di lizza, testimonianza delle numerose cave, o dei tentativi di cava, presenti in questa zona. La parte bassa è piuttosto degradata, ma il percorso rimane leggibile. Scendiamo ancora fino ad arrivare al greto del Canal Secco. Lo attraversiamo senza alcun problema: d'altra parte, con un nome così, non potevamo certo aspettarci un torrente in piena! Superiamo la catena e finalmente sbuchiamo sulla strada asfaltata di Forno. Poche decine di metri e siamo nuovamente allo slargo dove abbiamo lasciato l'auto.
Quella di oggi non è stata una semplice escursione.
Il Colle dei Botticini e lo Zucco di Sordola sono montagne di quota modesta, ma
il terreno è tutt'altra cosa: sfasciumi, vecchie cave, paleo, roccette, creste
esposte e passaggi che richiedono attenzione e soprattutto una buona capacità di
valutazione. Abbiamo sbagliato strada, siamo tornati indietro, abbiamo cercato
il passaggio giusto, affrontato creste e facili tratti di arrampicata e,
soprattutto, abbiamo rinunciato quando le condizioni non ci convincevano. Il
Colle dei Botticini lo abbiamo conquistato. Lo Zucco di Sordola, invece, ci è
rimasto lì, a pochi metri dalla mano. Ma va bene così. Perché in montagna la
vera soddisfazione non è sempre arrivare sulla cima. A volte è capire quando è
il momento di fermarsi. E oggi, dopo aver studiato bene la situazione, abbiamo
deciso che era decisamente meglio tornare a casa con tutte le ossa al loro
posto. La vetta sarà ancora lì. Noi, speriamo, anche.
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