Pizzo del Timo – Dove la
montagna sussurra.
Ci sono montagne che si mostrano
subito, e poi ci sono quelle che si
fanno cercare.
Il Monte di Stazzema appartiene
alla seconda categoria. Non urla,
non si impone. Sta lì, appartato,
quasi a osservare. E proprio per
questo ci ha chiamati.
Siamo andati dunque a
cercare il suo angolo più spettacolare:
il Pizzo del Timo. Non è una cima che fa
notizia. È una di quelle che si scoprono
passo dopo passo, senza fretta ed è
forse proprio per questo che resta
dentro.
Si parte dalla strada tra
Pontestazzemese e Cardoso. Un sentiero
un po’ nascosto, di quelli che sembrano
chiederti: “Sei sicuro?”.
Noi sì, eravamo sicuri.
Al primo bivio abbiamo preso a
destra, seguendo la traccia verso
Potòttoli. Il bosco ci ha accolti senza
rumore. Terra umida, foglie, silenzio.
La casa solitaria della Polletta appare
quasi all’improvviso, come un ricordo
rimasto lì a guardare il tempo che
passa, poi il bosco si apre.
Le pareti del Pizzo compaiono tra i
rami, e con loro le cicatrici della
montagna: vecchie vie di lizza
usate per far scendere i blocchi, ormai
mangiate dalla vegetazione. Segni di
fatica, di mani callose, di giornate
dure.
E infine, quel pulpito di roccia
sospeso sulla valle, un balcone naturale
che ti costringe a fermarti. Non per
stanchezza, ma piuttosto per rispetto.
Superati i ruderi di Tasceton si
prende a sinistra su un sentiero
scalinato che sale ripidamente. Il
sentiero diventa più selvatico, qualche
tronco caduto, qualche passaggio da
scegliere con attenzione.
Ma è una montagna onesta, ti
chiede un po’, ma non ti mette mai in
difficoltà.
E poi, quasi senza accorgertene, sei
su.
Il Pizzo del Timo è una lama di
roccia affacciata sul vuoto. Da una
parte le Apuane ti stringono in un
abbraccio severo. Dall’altra la valle
scende ripida verso Pontestazzemese.
Il vento leggero, l’odore della
roccia scaldata dal sole, forse davvero
un accenno di timo selvatico.
In certi posti non serve parlare, le
cave: la memoria della montagna.
Scendiamo poi verso le Case al
Monte, il paesaggio cambia ancora. I
segni dell’uomo diventano più evidenti.
Vecchie cave, tagli netti nella pietra,
piccoli siti sospesi in posizioni quasi
incredibili.
Non sono le grandi cave di Carrara.
Qui tutto è più raccolto, più umano.
Camminando si incontrano vecchi
resti, muretti a secco, frammenti di
ferro arrugginito. E soprattutto quelle
antiche lizze ,scivoli di pietra da cui
scendevano i blocchi verso valle.
Oggi c’è solo silenzio, un silenzio
che non è vuoto, è pieno di memoria.
Dalla cima, il giro prosegue verso le
Case al Monte, un gruppetto di edifici
immersi nella quiete del crinale. Da qui
si inizia la discesa seguendo i segnavia
del Sentiero Alta Versilia (SAV). Da
principio su strada carrabile ma ben
presto troviamo la deviazione sulla
sinistra per il sentiero SAV.
Ma la sorpresa non è finita: lungo la
discesa, una piccola deviazione porta
alla Buca della Vena.
Antica miniera di ferro.
Ruderi,
vecchi binari, strutture che la
vegetazione sta lentamente
inghiottendo.
Vedere i vecchi
edifici in rovina e i binari
arrugginiti della teleferica che
sbucano dall'erba è suggestivo:
sembra quasi di sentire ancora il
rumore dei carrelli carichi di
minerale, camminando lì in mezzo si
ha la sensazione di essere ospiti,
non turisti, ospiti di un passato
che non vuole essere dimenticato. .
Seguiamo la traccia dei vecchi
binari, la discesa ci ha
riportati dolcemente al punto di
partenza. Tre ore e mezza
tranquille, circa 400 metri di
dislivello. Numeri piccoli.
Ma la montagna non si misura in
numeri.
In conclusione: il Pizzo del
Timo non è una cima da
collezionare.
È una cima da ascoltare.
Non è alto, non è famoso,
non ha folle. Ha silenzio. Ha
memoria. Ha vento.
È uno di quei posti che ti
fanno sentire piccolo non per
l’altezza, ma per la storia che
portano dentro.
E mentre tornavamo alla
macchina, con quella stanchezza
buona nelle gambe, ci siamo
guardati senza dire molto.
Perché certe montagne non si
raccontano.
Si portano a casa. Dentro.
Fonti Enzo Maestripieri
Alla prossima