29/03/2026 Monte Alto dalle cave superiori
(Apuane vere, tra tracce dimenticate e memoria di pietra)

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Attenzione!
La presente pagina non vuole in alcun modo essere una guida escursionistica o alpinistica, ma un semplice racconto di una giornata e la segnalazione di una bellezza naturale e culturale.
Quindi, la presente pagina non sostituisce ma presuppone la consultazione delle guide e della cartografia in commercio. In alcun modo l'autore e il sito si assumono alcuna responsabilità di qualsiasi ordine giuridico e legale per eventuali danni o incidenti. L'uso delle informazioni della
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Ricorda inoltre che tutte le valutazioni circa le difficoltà delle escursioni, riportate sul sito, sono prettamente soggettive.

 
Percorso: Percorso ad anello da Retignano

 

Come Arrivare :
INDICAZIONI STRADALI

Querceta fino a Seravezza (7,5 km dal casello autostradale), da qui si prosegue in direzione di Stazzema con la SP.9 fino oltrepassare l’abitato di Ruosina, e al bivio con la SP.10 andiamo a sinistra arrivando al paese di Retignano, parcheggiamo di fronte la chiesa (circa 17 km dal casello autostradale di Versilia) 

Periodo consigliato: Tutto l'anno, evitare con terreno bagnato


Classificazione
:
Difficoltà: EE
Tratti esposti e su terreno incerto.
La breve lunghezza e il modesto dislivello non devono fare sottovalutare la complessità di questa gita, si svolge in ambiente molto selvaggio e poco intuitivo dove è necessaria la conoscenza del territorio o l’uso del GPS (Alpi Apuane, Toscana)

 


 
 

Sentieri:
 SAV
Retignano - Volegno
In prevalenza fuori sentieri o non segnati

Tempo di percorrenza:  Tempo di percorrenza totale:  circa 5 ore 30 minuti cokprese le numerose soste.

Dislivello: Circa 400 m (escursione breve ma intensa).
Distanza 6,36 km
Dislivello positivo 801 m
Difficoltà tecnica: difficile - EE
Altitudine massima: 868 m
Altitudine minima: 427 m
  Acqua: Fontana sotto il campanile della chiesa di San Pietro alla partenza da Retignano
  Punti sosta: nessuno

 

Immagine traccia  
 
 

Traccia GPS ( Di Verdiani Lorenzo)

Ci sono giri che non si raccontano con i numeri, si raccontano con quello che ti lasciano dentro.
Questo è uno di quelli.
Si parte da Retignano, dal silenzio raccolto attorno alla chiesa, imboccando il Sentiero Alta Versilia (S.A.V.) senza lasciarsi ingannare dalle indicazioni più evidenti. Niente scorciatoie dietro al campanile: si prosegue su strada, tranquilli, quasi distratti.
È un inizio morbido, che non lascia immaginare cosa verrà dopo.
Entrati nel bosco, il S.A.V. si segue con attenzione: qualche segno, qualche cartello, ma già qui si capisce che non sarà una passeggiata guidata. Si passa accanto a ruderi nascosti, marginette, vecchie prese d’acqua. Piccoli indizi di un mondo che affiora e scompare.
Poi si arriva alle cave.
Le Cave di Montalto non sono solo un punto del percorso: sono una soglia. Da qui in avanti cambia tutto. Il sentiero continua, ma noi lo lasciamo. Bisogna farlo nel punto giusto, senza fretta, osservando.
Un ravaneto, una traccia che sale, la parete sopra di noi.
E lassù, quasi nascosta, la cava sospesa.
Si entra nella macchia, si cercano segni che non sono segni: un passaggio, un accenno di traccia, forse un piccolo omino di pietra. Più che seguire, si interpreta.
Alla base della parete si trova la cava del Gabbro. È qui che bisogna fermarsi, guardarsi intorno, capire. Non infilarsi nelle tracce sbagliate. Il riferimento è uno solo: una corda che penzola dalla roccia.
La si individua con fatica.
La si controlla e poi ci si affida.
Sono pochi metri, un passaggio di arrampicata semplice ma deciso. Non è tanto la difficoltà, è il contesto. È il momento in cui si entra davvero nell’escursione.
Sopra, si prende una traccia e in breve si sbuca sulla lizza che prosegue a sinistra ripidissima.
E lì, inevitabilmente, ci si ferma.
Una striscia di pietra inclinata, larga ma esposta, sospesa sopra il vuoto. Si sale piano, cercando appoggi sicuri sul terreno sporco, aiutandosi con un vecchio tubo metallico che corre lungo il tracciato.
E mentre si avanza, il pensiero va da solo; qui non si camminava per passione, qui si lavorava.
Uomini che ogni giorno salivano su queste pendenze impossibili, senza protezioni, con il rischio sempre presente. Il marmo che scendeva, il rumore, la polvere. E loro lì, appesi a questa montagna.
Oggi tutto è fermo.
Ma si sente.
Si arriva alla cava sospesa, un balcone nel vuoto che lascia senza parole. Qualcuno si avvicina piano, qualcuno resta indietro. Non serve parlare molto. C’è stupore, ma anche qualcosa di più profondo. Una forma di rispetto.
Poi si torna sui propri passi con molta più attenzione dovendo scendere la ripidissima lizza ricoperta di detriti e infine si riprende la traccia, stavolta proseguendo oltre. Si resta sotto la parete, seguendo a tratti una vecchia tubazione. Non sempre si vede, ma quando ricompare è un buon segno.
Si avanza tra arbusti, rami, passaggi poco evidenti.
E si arriva alla teleferica.
Un altro pezzo di storia sospeso nel bosco. Da qui parte una delle sezioni più delicate: la cengia dei cavatori. Stretta, esposta, con tratti crollati. In mezzo, un cavo d’acciaio aiuta a superare il punto più critico.
Qui si passa uno alla volta.
Con calma.
Con attenzione.
Superata la cengia, si incontrano altre cave, vecchi argani, strutture in pietra, perfino i resti dei binari con ancora i vagoncini. È un museo a cielo aperto, ma senza spiegazioni. Solo segni da interpretare.
Si prosegue lungo la base della parete, su una traccia incerta. Ogni tanto compare un bollo sbiadito azzurro, appena sul sentiero sulla sinistra un edificio di servizio della cava e proseguendo una vasca e una cisterna per la raccolta dell'acqua, comunque il riferimento resta sempre quello: la parete sulla sinistra.
Poi il terreno cambia.
Si entra in un valloncello, si vede una colata di pietrisco, e lì si capisce che bisogna salire. Decisi. Senza più cercare troppo la traccia, ma seguendo la logica del terreno.
È una salita faticosa, nel bosco fitto.
Quando si raggiunge il crinale, lo si riconosce più per sensazione che per evidenza. Un filo sottile tra gli alberi, qualche passaggio infrascato, e ancora pochi riferimenti. Qui ogni tanto può comparire un omino di pietra, ma non sempre.
Si tiene la linea alta, sempre.
Si arriva a una sella poco evidente, e da lì si traversa su una traccia esile, quasi invisibile. Un saliscendi leggero porta alla forcella, dove finalmente la montagna si apre.
Gli ultimi metri verso la cima sono su roccette facili, quasi naturali, senza bisogno di cercare troppo.
E poi si arriva.
In vetta al Monte Alto il vento non concede tregua. Forte, teso, quasi a volerci ricordare che lì non si resta. La sosta è breve, essenziale. Il tempo di uno sguardo, di un respiro profondo, di condividere in silenzio quello che abbiamo appena vissuto.
Poi si scende.
Il ritorno richiede ancora attenzione.
Si torna alla sella e si scende cercando la traccia giusta, non sempre evidente, puntando verso il crinale del Poggio del Castello. Anche qui, più intuito che segni.
Poi finalmente si intercetta una mulattiera, con qualche segno rosso.
È quasi un sollievo.
Si passa dalla Croce di Retignano, dove lo sguardo torna sul paese. Da lì in poi il percorso è più chiaro, più umano. La mulattiera scende tra bosco e vecchie costruzioni, fino a riportarci alle case e alla fine, al punto di partenza.
Non è stata una semplice escursione.
È stata una linea sottile tra equilibrio e memoria, tra presente e passato.
Un viaggio dentro una montagna che non si concede, ma si lascia intuire solo a chi ha voglia di ascoltarla davvero.
Qui non restano solo le immagini.
Resta il peso dei passi di chi è salito prima di noi.
Resta il silenzio delle cave, più forte di qualsiasi parola.
E mentre torni a valle, lo capisci bene:
le Apuane non si attraversano.
Le Apuane si portano dentro.

Alla prossimajj

Foto escursione

Fonti Escursioni a 360° e traccia GPS di Lorenzo Verdiani





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