25/10/2026 Pizzo del Timo – Esplorando le antiche lizze dimenticate di Stazzema
«Pochi chilometri, tanto dislivello e una buona dose di spirito esplorativo: un piccolo anello nel cuore delle Apuane, dove trovare la strada è già parte dell'avventura.»

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Attenzione!
La presente pagina non vuole in alcun modo essere una guida escursionistica o alpinistica, ma un semplice racconto di una giornata e la segnalazione di una bellezza naturale e culturale.
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presente pagina sarà sempre a proprio rischio e pericolo. A questo proposito, prima di effettuare le escursioni, si consiglia di chiedere sempre informazioni aggiornate, riguardanti lo stato dei sentieri che si intendono percorrere, alle Sezioni CAI che ne curano la manutenzione.
Ricorda inoltre che tutte le valutazioni circa le difficoltà delle escursioni, riportate sul sito, sono prettamente soggettive.

 
Percorso: Percorso ad anello
Anello del Pizzo del Timo attraverso la Lizza del Timo e il sentiero di Potottoli, sentiero di Tasceto
. Strada per Mulina, poco sopra Ponte Stazzemese.
LOcalità: Piastraio, Lizza del Timo, cava del Timo, Potottoli, Tasceto, Pizzo del Timo, Stazzema

 

Come Arrivare :

Da Seravezza si prosegue sulla strada provinciale per Castelnuovo Garfagnana, oltrepassata Ruosina (3,8 km), si prende la deviazione a destra per il fondovalle in direzione Stazzema.
Si arriva ad un bivio (6,2 km) che a destra porta a Stazzema, invece a sinistra porta a Cardoso che si raggiunge in pochi minuti (8,6 Km).
INDICAZIONI STRADALI

Periodo consigliato: L'esposizione e la quota modesta rendono questo itinerario perfetto per le mezze stagioni (autunno e primavera) o per le mattine d'inverno. In piena estate può fare molto caldo a causa del riverbero della roccia.


Classificazione
:
Difficoltà: EE –
Escursione esplorativa ad anello, con tratti fuori sentiero e passaggi esposti
Itinerario impegnativo, con passaggi che possono richiedere tecniche alpinistiche; non classificabile con affidabilità senza verifica sul terreno
Discontinua o assente nei tratti di cava
Casco e materiale tecnico adeguato ai passaggi, da utilizzare soltanto con le necessarie competenze
L'itinerario è inoltre fortemente sconsigliato con terreno bagnato, dopo piogge abbondanti o in presenza di condizioni meteorologiche instabili. Le descrizioni dei passaggi rispecchiano esclusivamente le condizioni incontrate durante la nostra escursione e non devono essere considerate indicazioni sufficienti per ripeterla in sicurezza.


 
oo  

Sentieri:
 SAV
Per Stazzema

 
SAV  Vicinale di Polottoli

SAV Del Tasceto

oo

Tempo di percorrenza:  Tempo di percorrenza totale:  circa 3 ore 30 minuti

Statistiche del percorso

Tempo stimato: 3 ore e 30 minuti (anello completo con calma e foto).
Dislivello: Circa 400 m (escursione breve ma intensa).​
oo  Acqua: Non presente lungo il percorso. Per lo meno noi non l'abbiamo vista.
 bb Punti sosta: nessuno

     immagine traccia  - Traccia GPS

Pizzo del Timo – Scheda tecnica

4,71 km - 584 m Dislivello positivo - 4:14:13 Tempo totale

Partenza e arrivo

Poco sopra Ponte Stazzemese, prima di Mulina

Percorso

Anello esplorativo

Meta

Pizzo del Timo

Difficoltà

Elevata nei tratti fuori sentiero ed esposti

Segnaletica

Discontinua, talvolta assente

Terreno

Vecchie lizze, roccia, massicciate, bosco e mulattiere

Attrezzatura

Casco e materiale tecnico adeguato, con competenze per l'assicurazione


Una scritta sul marmo e comincia l'avventura

Ci sono escursioni che si affrontano con la tranquillità di chi conosce già il percorso, seguendo sentieri ben segnati e sapendo esattamente dove mettere i piedi. E poi ce ne sono altre, forse quelle che ci piacciono di più, nelle quali la meta è soltanto una parte della giornata, perché il vero divertimento consiste nel cercare, esplorare, interpretare vecchie tracce e scoprire dove conducono.
Quella al Pizzo del Timo è proprio una di queste.
Non ci aspettano grandi dislivelli né distanze particolarmente impegnative, ma un itinerario che si sviluppa in un angolo poco frequentato delle Apuane, dove le antiche attività estrattive hanno lasciato una quantità sorprendente di testimonianze. Vie di lizza, massicciate, piazzali di cava, vecchi argani e ruderi che il bosco sta lentamente inghiottendo.

Partiamo poco sopra Ponte Stazzemese, prima di raggiungere Mulina. Lasciamo l'auto in uno slargo e imbocchiamo il sentiero del Piastraio, riconoscibile per una vecchia staccionata che, a giudicare dalle condizioni, deve aver conosciuto tempi decisamente migliori.
Il sentiero sale nel bosco in direzione del Santuario della Madonna del Piastraio e successivamente di Stazzema. Siamo immersi in un ambiente umido e ombroso, tra castagni, pietre affioranti e vecchi manufatti che raccontano di un passato nel quale queste montagne erano attraversate quotidianamente da contadini, cavatori e abitanti dei borghi. Non è un caso che proprio qui sorga uno dei luoghi di culto più caratteristici dell'Alta Versilia.
Il Santuario della Madonna del Piastraio deve infatti il proprio nome alle antiche cave dalle quali si ricavavano le piastre, lastre di pietra utilizzate per coprire i tetti delle case di montagna.
Già nel Settecento, lungo questa mulattiera, esisteva una piccola edicola votiva, una marginetta, custodita da un'anziana vedova, Bartolomea Bertocchi. Nel 1772, poiché l'immagine della Madonna si stava deteriorando, la donna commissionò al pittore stazzemese Guglielmo Tommasi un nuovo dipinto raffigurante la Madonna del Bell'Amore.
La devozione crebbe rapidamente, tanto che si decise di costruire una vera chiesa, ultimata nel 1821.
Si racconta inoltre che i cavatori, tornando dal lavoro, fossero soliti fermarsi davanti all'immagine sacra per una preghiera. Un gesto semplice, ma che fa riflettere sulle condizioni e sui pericoli del loro mestiere.
Oggi percorriamo questi luoghi per il piacere di andare in montagna. Un tempo, invece, queste mulattiere erano parte della vita quotidiana.
Continuiamo fino a raggiungere un bivio poco evidente, su un blocco di marmo, sulla sinistra, leggiamo una scritta: «Lizze». Ecco, per noi è quasi un invito.
Lasciamo il sentiero principale e prendiamo a sinistra, seguendo una traccia seminascosta dalla vegetazione. Qualche vecchio segno rosso sugli alberi ci conforta, ma non troppo. Qui non basta seguire dei bolli: bisogna osservare, cercare di capire dove passavano un tempo gli uomini che lavoravano queste montagne.
Ed è proprio questo il bello.

Nel labirinto delle cave dimenticate

Ci inoltriamo così in un piccolo labirinto di vecchie escavazioni, massicciate e vie di lizza ormai in parte cancellate dal bosco.
La traccia compare e scompare, a volte sembra prendere una direzione ben precisa, altre volte finisce tra pietre e vegetazione. Ci guardiamo attorno, cerchiamo qualche segno rosso, un muretto, un taglio nella roccia, qualsiasi indizio che possa suggerirci dove proseguire.
È sorprendente osservare quanto rapidamente la natura riesca a riconquistare luoghi che un tempo dovevano essere animati da un'intensa attività.
Dove oggi crescono alberi e muschio, un tempo risuonavano i colpi degli attrezzi sulla pietra, le voci dei cavatori e il rumore dei blocchi trascinati lungo le lizze.
Queste ultime erano vere e proprie opere di ingegneria montana.
Prima dell'arrivo dei moderni mezzi meccanici, i pesanti blocchi di marmo venivano fatti scendere dalle cave mediante slitte di legno, trattenute da robuste funi. La discesa avveniva lungo percorsi appositamente preparati, spesso con pendenze impressionanti, utilizzando sistemi di ancoraggio e frenatura che richiedevano grande esperienza.
Era un lavoro durissimo e pericoloso, nel quale un errore poteva avere conseguenze tragiche.
E mentre noi ci muoviamo con prudenza tra queste vecchie strutture, viene spontaneo domandarsi come facessero quegli uomini a governare tonnellate di pietra lungo pendii tanto ripidi.
Dopo qualche incertezza e un po' di girovagare, intercettiamo finalmente un'altra via di lizza, più evidente della precedente.
La seguiamo verso destra, in salita, ritrovandoci sul percorso di Potottoli.
Raggiungiamo un vecchio piazzale dal quale si apre un bellissimo panorama. Dopo tanto bosco, finalmente lo sguardo può spaziare sui versanti circostanti, sulle montagne e sui profondi valloni dell'Alta Versilia.
Poco oltre incontriamo ciò che resta di un vecchio argano.
Ormai è soltanto un ammasso di ferro arrugginito, abbandonato alle intemperie e lentamente divorato dal tempo.
Ci fermiamo a osservarlo.
Non sappiamo esattamente quando abbia cessato di funzionare, ma è evidente che doveva far parte delle attrezzature utilizzate per la movimentazione dei materiali di cava.
Un tempo questo luogo era probabilmente un continuo andare e venire di uomini, attrezzi e blocchi di pietra. Oggi regna il silenzio, interrotto soltanto dai rumori del bosco.
Da qui individuiamo una massicciata che sale ripidissima sulla sinistra.
È la Lizza del Timo, che serviva la soprastante cava omonima.
E qui la nostra escursione comincia a farsi decisamente più interessante.

La Lizza del Timo: quando il terreno si fa serio

La massicciata sale con una pendenza notevole e già percorrerla fa comprendere quanto dovesse essere impegnativo lavorare su questi versanti.
Ma il tratto più difficile deve ancora arrivare.
Davanti a noi compare una balza ripidissima, alta all'incirca una quarantina di metri. Nella parte inferiore prevale la roccia, mentre più in alto il terreno diventa un misto di terra ed erba.
Di per sé è già un passaggio che richiede attenzione, ma oggi c'è un particolare che complica notevolmente le cose: è tutto completamente fradicio.
La roccia è bagnata, la terra scivolosa e l'erba sembra fatta apposta per far perdere l'aderenza degli scarponi.
Fortunatamente è presente una corda fissa che facilita la progressione.
Non ci fidiamo però del solo fatto che ci sia una corda. Indossiamo casco e imbrago e, dopo aver valutato il passaggio, utilizziamo un nodo Machard autobloccante come ausilio alla salita.
Cominciamo a risalire lentamente.
Ogni appoggio deve essere cercato con attenzione, perché basta mettere male un piede per ritrovarsi a scivolare. La corda aiuta, ma non elimina le difficoltà e soprattutto non rende sicuro un terreno che sicuro non è.
Procediamo con prudenza, cercando di sfruttare al meglio le asperità della roccia e i pochi punti dove il terreno offre una tenuta accettabile.
Non è tanto la difficoltà tecnica del passaggio a preoccuparci, quanto la combinazione tra forte pendenza, roccia bagnata e terreno infido.
Insomma, uno di quei tratti nei quali è meglio non avere fretta.
Metro dopo metro superiamo la balza e, poco sopra il termine della corda, raggiungiamo finalmente il piazzale superiore della cava del Timo.
Ci fermiamo un momento a riprendere fiato e a guardarci attorno.
La salita è alle spalle, ma la nostra esplorazione è tutt'altro che terminata.
Anzi, forse la parte più interessante deve ancora cominciare.
Una volta raggiunto il piazzale della cava ci rendiamo conto che trovare la prosecuzione non sarà così semplice.
Siamo circondati da vecchi tagli di cava, massicciate, gradoni e pareti rocciose. I segni dell'attività estrattiva sono ovunque, ma non è affatto chiaro quale sia il passaggio da seguire.
E qui comincia una vera e propria esplorazione.
Proviamo inizialmente verso nord, anche perché troviamo un ometto di pietre che sembra suggerirci quella direzione.
Lo seguiamo fiduciosi, ma dopo poco il terreno diventa impraticabile e soprattutto molto esposto.
Ci fermiamo, non ci convince per niente.
Proseguire significherebbe affrontare un rischio inutile, quindi decidiamo di tornare indietro.
Del resto, esplorare non significa necessariamente andare avanti a tutti i costi. A volte la decisione migliore è proprio quella di fare dietrofront.
Ritornati sul piazzale, proviamo a dirigerci verso est.
Sulla destra, sotto un muro di massicciata, notiamo alcuni grossi scalini ricavati nella roccia, potrebbe essere il passaggio giusto.
Li scendiamo, ma dopo poco ci rendiamo conto che non portano da nessuna parte. Altro dietrofront.
Cominciamo a guardarci attorno con maggiore attenzione, cercando di interpretare la disposizione delle vecchie lavorazioni.
Questi piazzali non erano certo stati realizzati per gli escursionisti. Erano luoghi di lavoro e ogni gradone, ogni rampa, ogni taglio nella roccia aveva una funzione precisa, oggi non sempre facilmente comprensibile.
Riprendiamo verso est e, poco più avanti, individuiamo un'altra serie di scalini.
Questa volta scendono in un canalino abbastanza obbligato. Ci affacciamo e finalmente, una trentina di metri più in basso, intravediamo qualcosa di familiare.
È il sentiero di Potottoli! Proprio quello che stavamo cercando.
Dopo tanto girovagare, vedere quella sottile traccia sotto di noi è quasi una piccola conquista. Adesso sappiamo dove dobbiamo arrivare.
Resta soltanto da capire come raggiungerla. Scendiamo quindi gli scalini e continuiamo nella direzione individuata, attraversando alcuni vecchi tagli di cava che fortunatamente non presentano particolari difficoltà.  La nostra ricerca sembra finalmente aver trovato una logica. Ma la montagna ha ancora una sorpresa da riservarci.

Un traverso dove l'aderenza è soltanto un'illusione

Proseguendo tra le vecchie lavorazioni ci troviamo davanti a un tratto scosceso, dove dobbiamo attraversare una placca rocciosa completamente bagnata e ricoperta da uno strato di muschio viscidissimo. Basta appoggiare uno scarpone per capire che l'aderenza è praticamente inesistente. Anche qui troviamo una corda fissa.
Valutiamo il passaggio e, dopo aver verificato per quanto possibile le condizioni della corda e degli ancoraggi, utilizziamo la
longe con moschettone come ausilio alla progressione. Non si tratta certo di una situazione piacevole. Cerchiamo di mantenere una posizione che ci consenta di sfruttare al meglio i pochi appoggi disponibili, con il sedere un po' all'infuori e gli scarponi che cercano disperatamente qualcosa su cui fare presa. A raccontarlo dopo viene quasi da sorridere, sul momento, però, c'è ben poco da ridere. La roccia è talmente viscida che una scivolata potrebbe avere conseguenze tutt'altro che piacevoli. Procediamo lentamente, senza movimenti bruschi, fino a superare anche questo tratto. Finalmente possiamo tirare un sospiro di sollievo. Le difficoltà maggiori sembrano terminate. Dico sembrano, perché ormai abbiamo imparato che da queste parti è meglio non dare niente per scontato. Poco oltre perdiamo nuovamente ogni traccia evidente. Fortunatamente abbiamo già individuato il sentiero di Potottoli più in basso e decidiamo di scendere nella sua direzione, scegliendo di volta in volta i passaggi che ci sembrano più praticabili. In breve lo raggiungiamo nei pressi di quella che sembra essere una vecchia ruota di teleferica. Un altro reperto dell'archeologia industriale apuana, un'altra testimonianza di un mondo del lavoro ormai scomparso. Le teleferiche, nelle cave montane, permettevano di superare dislivelli e ostacoli che avrebbero reso estremamente difficoltoso il trasporto via terra. La ruota che abbiamo incontrato potrebbe appartenere a uno di questi impianti.  Ci fermiamo ancora una volta a osservare quel che resta, è curioso come questi vecchi ferri arrugginiti riescano a raccontare più di tante parole.

Potottoli e il sentiero del Tasceto

Ritrovato finalmente il sentiero di Potottoli, lo prendiamo verso sinistra, in direzione est.  Dopo il continuo cercare e interpretare tracce, camminare su un percorso relativamente agevole è quasi una piacevole novità.  La nostra prossima meta è una casa in località Tasceto, dalla quale parte il sentiero che conduce verso il Pizzo del Timo. Qui bisogna prestare attenzione. Lungo il percorso incontriamo alcuni fabbricati, ma quello che interessa a noi non è il primo e nemmeno il secondo. È il terzo, appena dopo una scalinata fatta con trochi.
Raggiunta finalmente la casa giusta, svoltiamo a sinistra passando dietro l'edificio e iniziamo a salire nel bosco lungo il bel sentiero del
Tasceto. L'ambiente cambia nuovamente. Le cave e le massicciate lasciano progressivamente spazio al bosco, ai vecchi muri a secco e a un paesaggio che racconta un'altra faccia della montagna. Non più soltanto quella dei cavatori, ma anche quella dei contadini e degli abitanti dei piccoli nuclei montani. I muri a secco che incontriamo sono testimonianze di un territorio un tempo molto più utilizzato di oggi. Servivano a sostenere terrazzamenti, delimitare proprietà e rendere coltivabili anche pendii apparentemente poco adatti all'agricoltura. I castagneti, così diffusi in questa parte dell'Alta Versilia, rappresentavano una risorsa fondamentale per le popolazioni montane. La castagna era per secoli uno degli alimenti principali, tanto da far guadagnare al castagno l'appellativo di albero del pane. Dai suoi frutti si ricavava farina, mentre il legname veniva impiegato per travature, attrezzi e numerose necessità quotidiane. Oggi molti di questi boschi hanno perso la loro funzione produttiva, ma le vecchie sistemazioni del terreno sono ancora visibili a chi abbia voglia di osservarle. Continuiamo a salire piacevolmente fino a raggiungere una sella attraversata da un muro a secco che prosegue sia verso destra sia verso sinistra, noi prendiamo a sinistra, verso ovest, costeggiando il muro. Ancora pochi minuti ed eccoci finalmente sulla sommità del Pizzo del Timo.

Pizzo del Timo: una piccola vetta, una grande soddisfazione

Dopo aver trascorso buona parte della giornata tra boschi, vecchie cave e passaggi nascosti, raggiungere questa piccola vetta panoramica è una bella ricompensa. Ci fermiamo, non abbiamo nessuna fretta di ripartire. Davanti a noi si apre il paesaggio apuano, fatto di versanti ripidi, crinali tormentati, piccoli borghi aggrappati alla montagna e valloni che sembrano precipitare verso il fondovalle. È uno di quei luoghi dove viene naturale rimanere in silenzio per qualche minuto.
Lo sguardo vaga sulle montagne circostanti e il pensiero torna inevitabilmente al percorso appena compiuto. Alle vecchie lizze, alle cave abbandonate, agli argani arrugginiti e soprattutto agli uomini che per anni hanno percorso questi pendii per necessità, non certo per divertimento. Noi siamo qui con scarponi, casco, imbrago e il piacere di esplorare. Loro salivano quassù per lavorare e  spesso dovevano farlo con condizioni meteorologiche e attrezzature ben diverse dalle nostre. È una differenza che vale la pena ricordare. Ci concediamo quindi una meritata sosta, lasciando vagare lo sguardo sulle montagne e assaporando quella particolare soddisfazione che si prova quando una meta è stata raggiunta non soltanto con le gambe, ma anche con un po' d'intuito. In fondo il Pizzo del Timo, più che una vetta da conquistare, è stato il pretesto per andare a curiosare in un angolo poco conosciuto delle nostre Apuane. E direi che ne è valsa decisamente la pena.

Verso Stazzema, tra boschi e vecchie mulattiere

Riprendiamo il cammino tornando alla sella incontrata durante la salita, questa volta proseguiamo dalla parte opposta, sempre seguendo il sentiero.
Il percorso è abbastanza evidente, anche se alcuni alberi caduti lo rendono meno agevole e ci costringono a qualche aggiramento.
Niente di particolarmente complicato, soprattutto dopo quanto affrontato nella zona delle cave.
Alla fine raggiungiamo una strada asfaltata nei pressi di un piccolo nucleo di tre case,  le Case del Monte. Entriamo nel borghetto e individuiamo sulla destra un sentiero che scende passando davanti a un piccolo fabbricato, forse un ripostiglio. Lo imbocchiamo e cominciamo la discesa, è un bel sentiero, ben tenuto e piacevole da percorrere, che ci conduce fino a Stazzema, sbucando proprio nei pressi della chiesa.
Siamo accanto alla Pieve di Santa Maria Assunta, uno degli edifici religiosi più antichi e importanti del territorio, le cui origini documentate risalgono almeno all'891.
Da qui prendiamo il percorso che scende verso il Santuario della Madonna del Piastraio.
Questa antica mulattiera rappresentava un collegamento importante tra il fondovalle e il paese di Stazzema. Una ricerca storica pubblicata dal Consiglio regionale della Toscana ricorda che la strada, oltre a raggiungere il paese, proseguiva verso i valichi apuani e la Garfagnana. Nel corso del tempo fu descritta come strada acciottolata, mulattiera e, in seguito, come percorso progressivamente deteriorato anche a causa delle attività estrattive.
Pensare a questi collegamenti come semplici sentieri escursionistici sarebbe quindi riduttivo, erano vere vie di comunicazione, utilizzate per trasportare merci, raggiungere i campi, andare al lavoro o spostarsi da un paese all'altro. Il sentiero è inizialmente in buone condizioni e ci permette di perdere quota senza difficoltà.
Raggiungiamo poi il bivio per Mulina, ma anziché seguire quella direzione prendiamo il sentiero sulla destra. E qui torna purtroppo una situazione già osservata all'inizio della giornata.
La vegetazione invade a tratti il percorso e le vecchie staccionate sono ormai marce, in alcuni punti talmente deteriorate da non offrire alcuna protezione affidabile. È davvero un peccato. Questi sentieri non sono soltanto collegamenti escursionistici, ma piccoli frammenti della storia del territorio. Lasciarli lentamente scomparire significa perdere anche una parte della memoria di chi li ha costruiti e utilizzati. Tra l'altro non sarebbe la prima volta che questa antica mulattiera viene recuperata. Secondo una ricostruzione storica pubblicata nel 2016, il tratto proveniente da Ponte Stazzemese aveva subito gravi danni durante un'alluvione negli anni Novanta ed era stato successivamente ricostruito. Sarebbe bello che questi percorsi potessero continuare a essere mantenuti, non soltanto per gli escursionisti, ma anche per il loro valore storico.

Le cave del Piastraio: la montagna scavata dall'interno

Continuiamo la discesa fino a raggiungere le vecchie cave del Piastraio.  Qui il paesaggio cambia ancora una volta.
Le escavazioni sono in gran parte sotterranee, con aperture e gallerie che penetrano nella montagna. È un ambiente particolare, quasi inquietante, dove l'intervento umano non si manifesta soltanto attraverso le pareti tagliate e le massicciate, ma anche attraverso veri e propri vuoti ricavati all'interno della roccia. Le cave del Piastraio sono documentate anche negli studi geologici del Comune di Stazzema. La documentazione comunale descrive il complesso estrattivo dismesso e individua, tra le altre strutture, gli accessi alle gallerie. 
La coltivazione in sotterraneo permette di estrarre materiale senza aprire necessariamente grandi fronti di cava visibili dall'esterno. Naturalmente ciò non significa che l'impatto ambientale scompaia: semplicemente assume forme differenti, meno evidenti a una prima osservazione. Passando davanti a queste aperture viene quasi spontaneo pensare che, almeno dal punto di vista paesaggistico, una parte delle ferite inferte alla montagna sia stata nascosta alla vista. Un po' come mettere la spazzatura sotto il tappeto! È una battuta, naturalmente, perché il problema delle cave e del loro impatto è assai più complesso. Ma la sensazione che proviamo davanti a queste grandi aperture nella roccia è proprio quella. La montagna, fuori, sembra ancora integra. Dentro, invece, è stata scavata e trasformata. Continuiamo fino a intercettare una strada marmifera, che seguiamo soltanto per un breve tratto. Un ometto sulla destra ci indica l'ultimo sentiero. Lo imbocchiamo e in breve ritroviamo il percorso dell'andata, chiudendo finalmente l'anello e tornando alla macchina. L'esplorazione è terminata.

Quando la scoperta conta più della vetta

Non sono sempre le escursioni più lunghe, le vette più alte o i dislivelli maggiori a regalare le giornate più interessanti. A volte bastano pochi chilometri, una vecchia scritta su un blocco di marmo, una lizza che scompare nel bosco e la curiosità di scoprire dove possa condurre.
Quella al Pizzo del Timo è stata soprattutto una giornata di esplorazione. Abbiamo cercato passaggi, interpretato vecchie tracce, sbagliato direzione, fatto dietrofront e ritrovato la strada. Ci siamo mossi in luoghi che conservano ancora, quasi intatta, la memoria del lavoro dei cavatori, attraversando piazzali ormai abbandonati e vecchie vie di servizio che il bosco sta lentamente riconquistando.
Le difficoltà tecniche, prese singolarmente, non erano eccezionali. Ma la roccia bagnata, il muschio viscido, il terreno fradicio e alcuni tratti esposti ci hanno imposto prudenza e attenzione. E soprattutto ci hanno ricordato che sulle Apuane anche un itinerario apparentemente modesto può riservare qualche sorpresa. Torniamo a casa soddisfatti, con un po' di fango sugli scarponi, qualche dubbio risolto e altri interrogativi ancora aperti. Perché il bello dell'andare per montagne, almeno per noi, non è soltanto arrivare da qualche parte.
È anche scoprire cosa si nasconde dietro la prossima curva, sopra una vecchia massicciata o lungo una traccia che sembra scomparire nel nulla.
E quando quella traccia ci conduce fra le pieghe più dimenticate delle nostre Apuane, allora la giornata è davvero riuscita.

Attenzione: itinerario esplorativo con tratti pericolosi

Il percorso descritto non è una normale escursione su sentieri segnalati. L'attraversamento delle vecchie cave e delle vie di lizza comporta difficoltà di orientamento, terreno instabile, possibili cadute di pietre e passaggi ripidi ed esposti. Particolare attenzione richiedono la balza di circa quaranta metri lungo la Lizza del Timo e il successivo traverso su roccia ricoperta di muschio, entrambi attrezzati, al momento della nostra escursione, con corde fisse. La presenza di una corda non costituisce garanzia di sicurezza. Non è possibile conoscerne a priori lo stato di conservazione, la resistenza o l'affidabilità degli ancoraggi. Un nodo autobloccante come il Machard e una longe con moschettone non rappresentano, da soli, un sistema anti caduta affidabile in tutte le situazioni. I passaggi descritti richiedono un'attenta valutazione sul posto e, quando necessario, adeguate tecniche di assicurazione. Chi non possiede le competenze specifiche dovrebbe evitarli o affidarsi a una guida alpina. L'itinerario è inoltre fortemente sconsigliato con terreno bagnato, dopo piogge abbondanti o in presenza di condizioni meteorologiche instabili. Le descrizioni dei passaggi rispecchiano esclusivamente le condizioni incontrate durante la nostra escursione e non devono essere considerate indicazioni sufficienti per ripeterla in sicurezza.

Fonti Roberto Garzella Rosi  e Silvano Rossi su You Tube

Alla prossima 

Foto escursione

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