25/10/2026
Pizzo
del
Timo
–
Esplorando
le
antiche
lizze
dimenticate
di
Stazzema
«Pochi chilometri, tanto dislivello e una buona dose
di spirito esplorativo: un piccolo anello nel cuore delle Apuane, dove trovare
la strada è già parte dell'avventura.»
![]() |
Attenzione!
La presente pagina non vuole in
alcun
modo essere una guida
escursionistica o alpinistica, ma un
semplice racconto di una
giornata
e la
segnalazione di una bellezza
naturale e
culturale.
Quindi, la
presente pagina non sostituisce
ma presuppone
la consultazione delle
guide
e della
cartografia
in
commercio.
In alcun modo l'autore e il sito si
assumono alcuna responsabilità di
qualsiasi ordine giuridico e
legale per eventuali danni o
incidenti.
L'uso delle informazioni della
presente pagina sarà
sempre a proprio rischio e pericolo.
A questo proposito, prima di
effettuare le escursioni, si
consiglia di chiedere sempre
informazioni aggiornate, riguardanti
lo stato dei sentieri che si
intendono percorrere, alle Sezioni
CAI che ne curano la manutenzione.
Ricorda inoltre che tutte le
valutazioni circa le difficoltà
delle escursioni, riportate sul
sito, sono prettamente soggettive.
Da Seravezza si prosegue sulla strada provinciale per
Castelnuovo Garfagnana, oltrepassata Ruosina (3,8 km), si prende
la deviazione a destra per il fondovalle in direzione Stazzema.
Periodo
consigliato: L'esposizione
e la quota modesta rendono questo itinerario perfetto per le
mezze stagioni (autunno e primavera) o per le mattine d'inverno.
In piena estate può fare molto caldo a causa del riverbero della
roccia.
Sentieri:
Partenza e arrivo Poco sopra Ponte Stazzemese, prima di Mulina Percorso Anello esplorativo Meta Pizzo del Timo Difficoltà Elevata nei tratti fuori sentiero ed esposti Segnaletica Discontinua, talvolta assente Terreno Vecchie lizze, roccia, massicciate, bosco e mulattiere Attrezzatura Casco e materiale tecnico adeguato, con competenze per l'assicurazione
Percorso:
Percorso ad anello
Anello del Pizzo del Timo attraverso
la Lizza del Timo e il sentiero di Potottoli, sentiero di
Tasceto. Strada
per Mulina, poco sopra Ponte Stazzemese.
LOcalità:
Piastraio, Lizza del Timo, cava del Timo, Potottoli, Tasceto,
Pizzo del Timo, Stazzema
Come Arrivare :
Si arriva ad un bivio (6,2 km) che a destra porta a
Stazzema, invece a sinistra porta a Cardoso che si raggiunge in
pochi minuti (8,6 Km).
INDICAZIONI STRADALI
Classificazione:
Difficoltà:
EE –
Escursione esplorativa ad anello, con tratti fuori
sentiero e passaggi esposti
Itinerario impegnativo, con passaggi che possono
richiedere tecniche alpinistiche; non classificabile con
affidabilità senza verifica sul terreno
Discontinua o assente nei tratti di cava
Casco e materiale tecnico adeguato ai passaggi, da
utilizzare soltanto con le necessarie competenze
L'itinerario
è inoltre fortemente sconsigliato con terreno bagnato,
dopo piogge abbondanti o in presenza di condizioni
meteorologiche instabili. Le descrizioni dei passaggi
rispecchiano esclusivamente le condizioni incontrate
durante la nostra escursione e non devono essere
considerate indicazioni sufficienti per ripeterla in
sicurezza.
![]()
SAV
Per Stazzema
SAV
Vicinale di Polottoli
SAV Del
Tasceto

Tempo di percorrenza:
Tempo
di percorrenza totale:
circa 3 ore 30 minuti
Statistiche del percorso
Tempo stimato: 3 ore e 30 minuti
(anello completo con calma e foto).
Dislivello: Circa 400 m
(escursione breve ma intensa).
Acqua:
Non presente
lungo il percorso. Per lo meno noi non l'abbiamo vista.

Punti sosta: nessuno

Pizzo del Timo – Scheda tecnica
4,71 km - 584 m Dislivello positivo - 4:14:13 Tempo totale
Ci
sono
escursioni
che
si
affrontano
con
la
tranquillità
di
chi
conosce
già
il
percorso,
seguendo
sentieri
ben
segnati
e
sapendo
esattamente
dove
mettere
i
piedi.
E
poi
ce
ne
sono
altre,
forse
quelle
che
ci
piacciono
di
più,
nelle
quali
la
meta
è
soltanto
una
parte
della
giornata,
perché
il
vero
divertimento
consiste
nel
cercare,
esplorare,
interpretare
vecchie
tracce
e
scoprire
dove
conducono.
Quella
al
Pizzo
del
Timo
è
proprio
una
di
queste.
Non
ci
aspettano
grandi
dislivelli
né
distanze
particolarmente
impegnative,
ma
un
itinerario
che
si
sviluppa
in
un
angolo
poco
frequentato
delle
Apuane,
dove
le
antiche
attività
estrattive
hanno
lasciato
una
quantità
sorprendente
di
testimonianze.
Vie
di
lizza,
massicciate,
piazzali
di
cava,
vecchi
argani
e
ruderi
che
il
bosco
sta
lentamente
inghiottendo.
Partiamo
poco
sopra
Ponte
Stazzemese,
prima
di
raggiungere
Mulina.
Lasciamo
l'auto
in
uno
slargo
e
imbocchiamo
il
sentiero
del
Piastraio,
riconoscibile
per
una
vecchia
staccionata
che,
a
giudicare
dalle
condizioni,
deve
aver
conosciuto
tempi
decisamente
migliori.
Il
sentiero
sale
nel
bosco
in
direzione
del
Santuario
della
Madonna
del
Piastraio
e
successivamente
di
Stazzema.
Siamo
immersi
in
un
ambiente
umido
e
ombroso,
tra
castagni,
pietre
affioranti
e
vecchi
manufatti
che
raccontano
di
un
passato
nel
quale
queste
montagne
erano
attraversate
quotidianamente
da
contadini,
cavatori
e
abitanti
dei
borghi.
Non
è un
caso
che
proprio
qui
sorga
uno
dei
luoghi
di
culto
più
caratteristici
dell'Alta
Versilia.
Il
Santuario
della
Madonna
del
Piastraio
deve
infatti
il
proprio
nome
alle
antiche
cave
dalle
quali
si
ricavavano
le
piastre,
lastre
di
pietra
utilizzate
per
coprire
i
tetti
delle
case
di
montagna.
Già
nel
Settecento,
lungo
questa
mulattiera,
esisteva
una
piccola
edicola
votiva,
una
marginetta,
custodita
da
un'anziana
vedova,
Bartolomea
Bertocchi.
Nel
1772,
poiché
l'immagine
della
Madonna
si
stava
deteriorando,
la
donna
commissionò
al
pittore
stazzemese
Guglielmo
Tommasi
un
nuovo
dipinto
raffigurante
la
Madonna
del
Bell'Amore.
La
devozione
crebbe
rapidamente,
tanto
che
si
decise
di
costruire
una
vera
chiesa,
ultimata
nel
1821.
Si
racconta
inoltre
che
i
cavatori,
tornando
dal
lavoro,
fossero
soliti
fermarsi
davanti
all'immagine
sacra
per
una
preghiera.
Un
gesto
semplice,
ma
che
fa
riflettere
sulle
condizioni
e
sui
pericoli
del
loro
mestiere.
Oggi
percorriamo
questi
luoghi
per
il
piacere
di
andare
in
montagna.
Un
tempo,
invece,
queste
mulattiere
erano
parte
della
vita
quotidiana.
Continuiamo
fino
a
raggiungere
un
bivio
poco
evidente,
su
un
blocco
di
marmo,
sulla
sinistra,
leggiamo
una
scritta:
«Lizze».
Ecco,
per
noi
è
quasi
un
invito.
Lasciamo
il
sentiero
principale
e
prendiamo
a
sinistra,
seguendo
una
traccia
seminascosta
dalla
vegetazione.
Qualche
vecchio
segno
rosso
sugli
alberi
ci
conforta,
ma
non
troppo.
Qui
non
basta
seguire
dei
bolli:
bisogna
osservare,
cercare
di
capire
dove
passavano
un
tempo
gli
uomini
che
lavoravano
queste
montagne.
Ed è
proprio
questo
il
bello.
Ci
inoltriamo
così
in
un
piccolo
labirinto
di
vecchie
escavazioni,
massicciate
e
vie
di
lizza
ormai
in
parte
cancellate
dal
bosco.
La
traccia
compare
e
scompare,
a
volte
sembra
prendere
una
direzione
ben
precisa,
altre
volte
finisce
tra
pietre
e
vegetazione.
Ci
guardiamo
attorno,
cerchiamo
qualche
segno
rosso,
un
muretto,
un
taglio
nella
roccia,
qualsiasi
indizio
che
possa
suggerirci
dove
proseguire.
È
sorprendente
osservare
quanto
rapidamente
la
natura
riesca
a
riconquistare
luoghi
che
un
tempo
dovevano
essere
animati
da
un'intensa
attività.
Dove
oggi
crescono
alberi
e
muschio,
un
tempo
risuonavano
i
colpi
degli
attrezzi
sulla
pietra,
le
voci
dei
cavatori
e il
rumore
dei
blocchi
trascinati
lungo
le
lizze.
Queste
ultime
erano
vere
e
proprie
opere
di
ingegneria
montana.
Prima
dell'arrivo
dei
moderni
mezzi
meccanici,
i
pesanti
blocchi
di
marmo
venivano
fatti
scendere
dalle
cave
mediante
slitte
di
legno,
trattenute
da
robuste
funi.
La
discesa
avveniva
lungo
percorsi
appositamente
preparati,
spesso
con
pendenze
impressionanti,
utilizzando
sistemi
di
ancoraggio
e
frenatura
che
richiedevano
grande
esperienza.
Era
un
lavoro
durissimo
e
pericoloso,
nel
quale
un
errore
poteva
avere
conseguenze
tragiche.
E
mentre
noi
ci
muoviamo
con
prudenza
tra
queste
vecchie
strutture,
viene
spontaneo
domandarsi
come
facessero
quegli
uomini
a
governare
tonnellate
di
pietra
lungo
pendii
tanto
ripidi.
Dopo
qualche
incertezza
e un
po'
di
girovagare,
intercettiamo
finalmente
un'altra
via
di
lizza,
più
evidente
della
precedente.
La
seguiamo
verso
destra,
in
salita,
ritrovandoci
sul
percorso
di
Potottoli.
Raggiungiamo
un
vecchio
piazzale
dal
quale
si
apre
un
bellissimo
panorama.
Dopo
tanto
bosco,
finalmente
lo
sguardo
può
spaziare
sui
versanti
circostanti,
sulle
montagne
e
sui
profondi
valloni
dell'Alta
Versilia.
Poco
oltre
incontriamo
ciò
che
resta
di
un
vecchio
argano.
Ormai
è
soltanto
un
ammasso
di
ferro
arrugginito,
abbandonato
alle
intemperie
e
lentamente
divorato
dal
tempo.
Ci
fermiamo
a
osservarlo.
Non
sappiamo
esattamente
quando
abbia
cessato
di
funzionare,
ma è
evidente
che
doveva
far
parte
delle
attrezzature
utilizzate
per
la
movimentazione
dei
materiali
di
cava.
Un
tempo
questo
luogo
era
probabilmente
un
continuo
andare
e
venire
di
uomini,
attrezzi
e
blocchi
di
pietra.
Oggi
regna
il
silenzio,
interrotto
soltanto
dai
rumori
del
bosco.
Da
qui
individuiamo
una
massicciata
che
sale
ripidissima
sulla
sinistra.
È la
Lizza
del
Timo,
che
serviva
la
soprastante
cava
omonima.
E
qui
la
nostra
escursione
comincia
a
farsi
decisamente
più
interessante.
La
massicciata
sale
con
una
pendenza
notevole
e
già
percorrerla
fa
comprendere
quanto
dovesse
essere
impegnativo
lavorare
su
questi
versanti.
Ma
il
tratto
più
difficile
deve
ancora
arrivare.
Davanti
a
noi
compare
una
balza
ripidissima,
alta
all'incirca
una
quarantina
di
metri.
Nella
parte
inferiore
prevale
la
roccia,
mentre
più
in
alto
il
terreno
diventa
un
misto
di
terra
ed
erba.
Di
per
sé è
già
un
passaggio
che
richiede
attenzione,
ma
oggi
c'è
un
particolare
che
complica
notevolmente
le
cose:
è
tutto
completamente
fradicio.
La
roccia
è
bagnata,
la
terra
scivolosa
e
l'erba
sembra
fatta
apposta
per
far
perdere
l'aderenza
degli
scarponi.
Fortunatamente
è
presente
una
corda
fissa
che
facilita
la
progressione.
Non
ci
fidiamo
però
del
solo
fatto
che
ci
sia
una
corda.
Indossiamo
casco
e
imbrago
e,
dopo
aver
valutato
il
passaggio,
utilizziamo
un
nodo
Machard
autobloccante
come
ausilio
alla
salita.
Cominciamo
a
risalire
lentamente.
Ogni
appoggio
deve
essere
cercato
con
attenzione,
perché
basta
mettere
male
un
piede
per
ritrovarsi
a
scivolare.
La
corda
aiuta,
ma
non
elimina
le
difficoltà
e
soprattutto
non
rende
sicuro
un
terreno
che
sicuro
non
è.
Procediamo
con
prudenza,
cercando
di
sfruttare
al
meglio
le
asperità
della
roccia
e i
pochi
punti
dove
il
terreno
offre
una
tenuta
accettabile.
Non
è
tanto
la
difficoltà
tecnica
del
passaggio
a
preoccuparci,
quanto
la
combinazione
tra
forte
pendenza,
roccia
bagnata
e
terreno
infido.
Insomma,
uno
di
quei
tratti
nei
quali
è
meglio
non
avere
fretta.
Metro
dopo
metro
superiamo
la
balza
e,
poco
sopra
il
termine
della
corda,
raggiungiamo
finalmente
il
piazzale
superiore
della
cava
del
Timo.
Ci
fermiamo
un
momento
a
riprendere
fiato
e a
guardarci
attorno.
La
salita
è
alle
spalle,
ma
la
nostra
esplorazione
è
tutt'altro
che
terminata.
Anzi,
forse
la
parte
più
interessante
deve
ancora
cominciare.
Una
volta
raggiunto
il
piazzale
della
cava
ci
rendiamo
conto
che
trovare
la
prosecuzione
non
sarà
così
semplice.
Siamo
circondati
da
vecchi
tagli
di
cava,
massicciate,
gradoni
e
pareti
rocciose.
I
segni
dell'attività
estrattiva
sono
ovunque,
ma
non
è
affatto
chiaro
quale
sia
il
passaggio
da
seguire.
E
qui
comincia
una
vera
e
propria
esplorazione.
Proviamo
inizialmente
verso
nord,
anche
perché
troviamo
un
ometto
di
pietre
che
sembra
suggerirci
quella
direzione.
Lo
seguiamo
fiduciosi,
ma
dopo
poco
il
terreno
diventa
impraticabile
e
soprattutto
molto
esposto.
Ci
fermiamo,
non
ci
convince
per
niente.
Proseguire
significherebbe
affrontare
un
rischio
inutile,
quindi
decidiamo
di
tornare
indietro.
Del
resto,
esplorare
non
significa
necessariamente
andare
avanti
a
tutti
i
costi.
A
volte
la
decisione
migliore
è
proprio
quella
di
fare
dietrofront.
Ritornati
sul
piazzale,
proviamo
a
dirigerci
verso
est.
Sulla
destra,
sotto
un
muro
di
massicciata,
notiamo
alcuni
grossi
scalini
ricavati
nella
roccia,
potrebbe
essere
il
passaggio
giusto.
Li
scendiamo,
ma
dopo
poco
ci
rendiamo
conto
che
non
portano
da
nessuna
parte.
Altro
dietrofront.
Cominciamo
a
guardarci
attorno
con
maggiore
attenzione,
cercando
di
interpretare
la
disposizione
delle
vecchie
lavorazioni.
Questi
piazzali
non
erano
certo
stati
realizzati
per
gli
escursionisti.
Erano
luoghi
di
lavoro
e
ogni
gradone,
ogni
rampa,
ogni
taglio
nella
roccia
aveva
una
funzione
precisa,
oggi
non
sempre
facilmente
comprensibile.
Riprendiamo
verso
est
e,
poco
più
avanti,
individuiamo
un'altra
serie
di
scalini.
Questa
volta
scendono
in
un
canalino
abbastanza
obbligato.
Ci
affacciamo
e
finalmente,
una
trentina
di
metri
più
in
basso,
intravediamo
qualcosa
di
familiare.
È il
sentiero
di
Potottoli!
Proprio
quello
che
stavamo
cercando.
Dopo
tanto
girovagare,
vedere
quella
sottile
traccia
sotto
di
noi
è
quasi
una
piccola
conquista.
Adesso
sappiamo
dove
dobbiamo
arrivare.
Resta
soltanto
da
capire
come
raggiungerla.
Scendiamo
quindi
gli
scalini
e
continuiamo
nella
direzione
individuata,
attraversando
alcuni
vecchi
tagli
di
cava
che
fortunatamente
non
presentano
particolari
difficoltà.
La
nostra
ricerca
sembra
finalmente
aver
trovato
una
logica.
Ma
la
montagna
ha
ancora
una
sorpresa
da
riservarci.
Proseguendo
tra
le
vecchie
lavorazioni
ci
troviamo
davanti
a un
tratto
scosceso,
dove
dobbiamo
attraversare
una
placca
rocciosa
completamente
bagnata
e
ricoperta
da
uno
strato
di
muschio
viscidissimo.
Basta
appoggiare
uno
scarpone
per
capire
che
l'aderenza
è
praticamente
inesistente.
Anche
qui
troviamo
una
corda
fissa.
Valutiamo
il
passaggio
e,
dopo
aver
verificato
per
quanto
possibile
le
condizioni
della
corda
e
degli
ancoraggi,
utilizziamo
la
longe
con
moschettone
come
ausilio
alla
progressione.
Non
si
tratta
certo
di
una
situazione
piacevole.
Cerchiamo
di
mantenere
una
posizione
che
ci
consenta
di
sfruttare
al
meglio
i
pochi
appoggi
disponibili,
con
il
sedere
un
po'
all'infuori
e
gli
scarponi
che
cercano
disperatamente
qualcosa
su
cui
fare
presa.
A
raccontarlo
dopo
viene
quasi
da
sorridere,
sul
momento,
però,
c'è
ben
poco
da
ridere.
La
roccia
è
talmente
viscida
che
una
scivolata
potrebbe
avere
conseguenze
tutt'altro
che
piacevoli.
Procediamo
lentamente,
senza
movimenti
bruschi,
fino
a
superare
anche
questo
tratto.
Finalmente
possiamo
tirare
un
sospiro
di
sollievo.
Le
difficoltà
maggiori
sembrano
terminate.
Dico
sembrano,
perché
ormai
abbiamo
imparato
che
da
queste
parti
è
meglio
non
dare
niente
per
scontato.
Poco
oltre
perdiamo
nuovamente
ogni
traccia
evidente.
Fortunatamente
abbiamo
già
individuato
il
sentiero
di
Potottoli
più
in
basso
e
decidiamo
di
scendere
nella
sua
direzione,
scegliendo
di
volta
in
volta
i
passaggi
che
ci
sembrano
più
praticabili.
In
breve
lo
raggiungiamo
nei
pressi
di
quella
che
sembra
essere
una
vecchia
ruota
di
teleferica.
Un
altro
reperto
dell'archeologia
industriale
apuana,
un'altra
testimonianza
di
un
mondo
del
lavoro
ormai
scomparso.
Le
teleferiche,
nelle
cave
montane,
permettevano
di
superare
dislivelli
e
ostacoli
che
avrebbero
reso
estremamente
difficoltoso
il
trasporto
via
terra.
La
ruota
che
abbiamo
incontrato
potrebbe
appartenere
a
uno
di
questi
impianti.
Ci
fermiamo
ancora
una
volta
a
osservare
quel
che
resta,
è
curioso
come
questi
vecchi
ferri
arrugginiti
riescano
a
raccontare
più
di
tante
parole.
Ritrovato
finalmente
il
sentiero
di
Potottoli,
lo
prendiamo
verso
sinistra,
in
direzione
est.
Dopo
il
continuo
cercare
e
interpretare
tracce,
camminare
su
un
percorso
relativamente
agevole
è
quasi
una
piacevole
novità.
La
nostra
prossima
meta
è
una
casa
in
località
Tasceto,
dalla
quale
parte
il
sentiero
che
conduce
verso
il
Pizzo
del
Timo.
Qui
bisogna
prestare
attenzione.
Lungo
il
percorso
incontriamo
alcuni
fabbricati,
ma
quello
che
interessa
a
noi
non
è il
primo
e
nemmeno
il
secondo.
È il
terzo,
appena
dopo
una
scalinata
fatta
con
trochi.
Raggiunta
finalmente
la
casa
giusta,
svoltiamo
a
sinistra
passando
dietro
l'edificio
e
iniziamo
a
salire
nel
bosco
lungo
il
bel
sentiero
del
Tasceto.
L'ambiente
cambia
nuovamente.
Le
cave
e le
massicciate
lasciano
progressivamente
spazio
al
bosco,
ai
vecchi
muri
a
secco
e a
un
paesaggio
che
racconta
un'altra
faccia
della
montagna.
Non
più
soltanto
quella
dei
cavatori,
ma
anche
quella
dei
contadini
e
degli
abitanti
dei
piccoli
nuclei
montani.
I
muri
a
secco
che
incontriamo
sono
testimonianze
di
un
territorio
un
tempo
molto
più
utilizzato
di
oggi.
Servivano
a
sostenere
terrazzamenti,
delimitare
proprietà
e
rendere
coltivabili
anche
pendii
apparentemente
poco
adatti
all'agricoltura.
I
castagneti,
così
diffusi
in
questa
parte
dell'Alta
Versilia,
rappresentavano
una
risorsa
fondamentale
per
le
popolazioni
montane.
La
castagna
era
per
secoli
uno
degli
alimenti
principali,
tanto
da
far
guadagnare
al
castagno
l'appellativo
di
albero
del
pane.
Dai
suoi
frutti
si
ricavava
farina,
mentre
il
legname
veniva
impiegato
per
travature,
attrezzi
e
numerose
necessità
quotidiane.
Oggi
molti
di
questi
boschi
hanno
perso
la
loro
funzione
produttiva,
ma
le
vecchie
sistemazioni
del
terreno
sono
ancora
visibili
a
chi
abbia
voglia
di
osservarle.
Continuiamo
a
salire
piacevolmente
fino
a
raggiungere
una
sella
attraversata
da
un
muro
a
secco
che
prosegue
sia
verso
destra
sia
verso
sinistra,
noi
prendiamo
a
sinistra,
verso
ovest,
costeggiando
il
muro.
Ancora
pochi
minuti
ed
eccoci
finalmente
sulla
sommità
del
Pizzo
del
Timo.
Dopo
aver
trascorso
buona
parte
della
giornata
tra
boschi,
vecchie
cave
e
passaggi
nascosti,
raggiungere
questa
piccola
vetta
panoramica
è
una
bella
ricompensa.
Ci
fermiamo,
non
abbiamo
nessuna
fretta
di
ripartire.
Davanti
a
noi
si
apre
il
paesaggio
apuano,
fatto
di
versanti
ripidi,
crinali
tormentati,
piccoli
borghi
aggrappati
alla
montagna
e
valloni
che
sembrano
precipitare
verso
il
fondovalle.
È
uno
di
quei
luoghi
dove
viene
naturale
rimanere
in
silenzio
per
qualche
minuto.
Lo
sguardo
vaga
sulle
montagne
circostanti
e il
pensiero
torna
inevitabilmente
al
percorso
appena
compiuto.
Alle
vecchie
lizze,
alle
cave
abbandonate,
agli
argani
arrugginiti
e
soprattutto
agli
uomini
che
per
anni
hanno
percorso
questi
pendii
per
necessità,
non
certo
per
divertimento.
Noi
siamo
qui
con
scarponi,
casco,
imbrago
e il
piacere
di
esplorare.
Loro
salivano
quassù
per
lavorare
e
spesso
dovevano
farlo
con
condizioni
meteorologiche
e
attrezzature
ben
diverse
dalle
nostre.
È
una
differenza
che
vale
la
pena
ricordare.
Ci
concediamo
quindi
una
meritata
sosta,
lasciando
vagare
lo
sguardo
sulle
montagne
e
assaporando
quella
particolare
soddisfazione
che
si
prova
quando
una
meta
è
stata
raggiunta
non
soltanto
con
le
gambe,
ma
anche
con
un
po'
d'intuito.
In
fondo
il
Pizzo
del
Timo,
più
che
una
vetta
da
conquistare,
è
stato
il
pretesto
per
andare
a
curiosare
in
un
angolo
poco
conosciuto
delle
nostre
Apuane.
E
direi
che
ne è
valsa
decisamente
la
pena.
Riprendiamo
il
cammino
tornando
alla
sella
incontrata
durante
la
salita,
questa
volta
proseguiamo
dalla
parte
opposta,
sempre
seguendo
il
sentiero.
Il
percorso
è
abbastanza
evidente,
anche
se
alcuni
alberi
caduti
lo
rendono
meno
agevole
e ci
costringono
a
qualche
aggiramento.
Niente
di
particolarmente
complicato,
soprattutto
dopo
quanto
affrontato
nella
zona
delle
cave.
Alla
fine
raggiungiamo
una
strada
asfaltata
nei
pressi
di
un
piccolo
nucleo
di
tre
case,
le
Case
del
Monte.
Entriamo
nel
borghetto
e
individuiamo
sulla
destra
un
sentiero
che
scende
passando
davanti
a un
piccolo
fabbricato,
forse
un
ripostiglio.
Lo
imbocchiamo
e
cominciamo
la
discesa,
è un
bel
sentiero,
ben
tenuto
e
piacevole
da
percorrere,
che
ci
conduce
fino
a
Stazzema,
sbucando
proprio
nei
pressi
della
chiesa.
Siamo
accanto
alla
Pieve
di
Santa
Maria
Assunta,
uno
degli
edifici
religiosi
più
antichi
e
importanti
del
territorio,
le
cui
origini
documentate
risalgono
almeno
all'891.
Da
qui
prendiamo
il
percorso
che
scende
verso
il
Santuario
della
Madonna
del
Piastraio.
Questa
antica
mulattiera
rappresentava
un
collegamento
importante
tra
il
fondovalle
e il
paese
di
Stazzema.
Una
ricerca
storica
pubblicata
dal
Consiglio
regionale
della
Toscana
ricorda
che
la
strada,
oltre
a
raggiungere
il
paese,
proseguiva
verso
i
valichi
apuani
e la
Garfagnana.
Nel
corso
del
tempo
fu
descritta
come
strada
acciottolata,
mulattiera
e,
in
seguito,
come
percorso
progressivamente
deteriorato
anche
a
causa
delle
attività
estrattive.
Pensare
a
questi
collegamenti
come
semplici
sentieri
escursionistici
sarebbe
quindi
riduttivo,
erano
vere
vie
di
comunicazione,
utilizzate
per
trasportare
merci,
raggiungere
i
campi,
andare
al
lavoro
o
spostarsi
da
un
paese
all'altro.
Il
sentiero
è
inizialmente
in
buone
condizioni
e ci
permette
di
perdere
quota
senza
difficoltà.
Raggiungiamo
poi
il
bivio
per
Mulina,
ma
anziché
seguire
quella
direzione
prendiamo
il
sentiero
sulla
destra.
E
qui
torna
purtroppo
una
situazione
già
osservata
all'inizio
della
giornata.
La
vegetazione
invade
a
tratti
il
percorso
e le
vecchie
staccionate
sono
ormai
marce,
in
alcuni
punti
talmente
deteriorate
da
non
offrire
alcuna
protezione
affidabile.
È
davvero
un
peccato.
Questi
sentieri
non
sono
soltanto
collegamenti
escursionistici,
ma
piccoli
frammenti
della
storia
del
territorio.
Lasciarli
lentamente
scomparire
significa
perdere
anche
una
parte
della
memoria
di
chi
li
ha
costruiti
e
utilizzati.
Tra
l'altro
non
sarebbe
la
prima
volta
che
questa
antica
mulattiera
viene
recuperata.
Secondo
una
ricostruzione
storica
pubblicata
nel
2016,
il
tratto
proveniente
da
Ponte
Stazzemese
aveva
subito
gravi
danni
durante
un'alluvione
negli
anni
Novanta
ed
era
stato
successivamente
ricostruito.
Sarebbe
bello
che
questi
percorsi
potessero
continuare
a
essere
mantenuti,
non
soltanto
per
gli
escursionisti,
ma
anche
per
il
loro
valore
storico.
Le
cave
del
Piastraio:
la
montagna
scavata
dall'interno
Continuiamo
la
discesa
fino
a
raggiungere
le
vecchie
cave
del
Piastraio.
Qui
il
paesaggio
cambia
ancora
una
volta.
Le
escavazioni
sono
in
gran
parte
sotterranee,
con
aperture
e
gallerie
che
penetrano
nella
montagna.
È un
ambiente
particolare,
quasi
inquietante,
dove
l'intervento
umano
non
si
manifesta
soltanto
attraverso
le
pareti
tagliate
e le
massicciate,
ma
anche
attraverso
veri
e
propri
vuoti
ricavati
all'interno
della
roccia.
Le
cave
del
Piastraio
sono
documentate
anche
negli
studi
geologici
del
Comune
di
Stazzema.
La
documentazione
comunale
descrive
il
complesso
estrattivo
dismesso
e
individua,
tra
le
altre
strutture,
gli
accessi
alle
gallerie.
La
coltivazione
in
sotterraneo
permette
di
estrarre
materiale
senza
aprire
necessariamente
grandi
fronti
di
cava
visibili
dall'esterno.
Naturalmente
ciò
non
significa
che
l'impatto
ambientale
scompaia:
semplicemente
assume
forme
differenti,
meno
evidenti
a
una
prima
osservazione.
Passando
davanti
a
queste
aperture
viene
quasi
spontaneo
pensare
che,
almeno
dal
punto
di
vista
paesaggistico,
una
parte
delle
ferite
inferte
alla
montagna
sia
stata
nascosta
alla
vista.
Un
po'
come
mettere
la
spazzatura
sotto
il
tappeto!
È
una
battuta,
naturalmente,
perché
il
problema
delle
cave
e
del
loro
impatto
è
assai
più
complesso.
Ma
la
sensazione
che
proviamo
davanti
a
queste
grandi
aperture
nella
roccia
è
proprio
quella.
La
montagna,
fuori,
sembra
ancora
integra.
Dentro,
invece,
è
stata
scavata
e
trasformata.
Continuiamo
fino
a
intercettare
una
strada
marmifera,
che
seguiamo
soltanto
per
un
breve
tratto.
Un
ometto
sulla
destra
ci
indica
l'ultimo
sentiero.
Lo
imbocchiamo
e in
breve
ritroviamo
il
percorso
dell'andata,
chiudendo
finalmente
l'anello
e
tornando
alla
macchina.
L'esplorazione
è
terminata.
Non
sono
sempre
le
escursioni
più
lunghe,
le
vette
più
alte
o i
dislivelli
maggiori
a
regalare
le
giornate
più
interessanti.
A
volte
bastano
pochi
chilometri,
una
vecchia
scritta
su
un
blocco
di
marmo,
una
lizza
che
scompare
nel
bosco
e la
curiosità
di
scoprire
dove
possa
condurre.
Quella
al
Pizzo
del
Timo
è
stata
soprattutto
una
giornata
di
esplorazione.
Abbiamo
cercato
passaggi,
interpretato
vecchie
tracce,
sbagliato
direzione,
fatto
dietrofront
e
ritrovato
la
strada.
Ci
siamo
mossi
in
luoghi
che
conservano
ancora,
quasi
intatta,
la
memoria
del
lavoro
dei
cavatori,
attraversando
piazzali
ormai
abbandonati
e
vecchie
vie
di
servizio
che
il
bosco
sta
lentamente
riconquistando.
Le
difficoltà
tecniche,
prese
singolarmente,
non
erano
eccezionali.
Ma
la
roccia
bagnata,
il
muschio
viscido,
il
terreno
fradicio
e
alcuni
tratti
esposti
ci
hanno
imposto
prudenza
e
attenzione.
E
soprattutto
ci
hanno
ricordato
che
sulle
Apuane
anche
un
itinerario
apparentemente
modesto
può
riservare
qualche
sorpresa.
Torniamo
a
casa
soddisfatti,
con
un
po'
di
fango
sugli
scarponi,
qualche
dubbio
risolto
e
altri
interrogativi
ancora
aperti.
Perché
il
bello
dell'andare
per
montagne,
almeno
per
noi,
non
è
soltanto
arrivare
da
qualche
parte.
È
anche
scoprire
cosa
si
nasconde
dietro
la
prossima
curva,
sopra
una
vecchia
massicciata
o
lungo
una
traccia
che
sembra
scomparire
nel
nulla.
E
quando
quella
traccia
ci
conduce
fra
le
pieghe
più
dimenticate
delle
nostre
Apuane,
allora
la
giornata
è
davvero
riuscita.
Il percorso descritto non è una normale escursione su sentieri segnalati. L'attraversamento delle vecchie cave e delle vie di lizza comporta difficoltà di orientamento, terreno instabile, possibili cadute di pietre e passaggi ripidi ed esposti. Particolare attenzione richiedono la balza di circa quaranta metri lungo la Lizza del Timo e il successivo traverso su roccia ricoperta di muschio, entrambi attrezzati, al momento della nostra escursione, con corde fisse. La presenza di una corda non costituisce garanzia di sicurezza. Non è possibile conoscerne a priori lo stato di conservazione, la resistenza o l'affidabilità degli ancoraggi. Un nodo autobloccante come il Machard e una longe con moschettone non rappresentano, da soli, un sistema anti caduta affidabile in tutte le situazioni. I passaggi descritti richiedono un'attenta valutazione sul posto e, quando necessario, adeguate tecniche di assicurazione. Chi non possiede le competenze specifiche dovrebbe evitarli o affidarsi a una guida alpina. L'itinerario è inoltre fortemente sconsigliato con terreno bagnato, dopo piogge abbondanti o in presenza di condizioni meteorologiche instabili. Le descrizioni dei passaggi rispecchiano esclusivamente le condizioni incontrate durante la nostra escursione e non devono essere considerate indicazioni sufficienti per ripeterla in sicurezza.
Alla prossima
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